Teatro Scuola '06 '07
Benji (adult child/dead child)
di Claire Dowie
traduzione di Anna Parnanzini e Maggie Rose
con Paola di Meglio
Regia Cesare Lievi
Emilia Romagna Teatro Fondazione
Scrittrice, attrice, poetessa e pioniera dello stand-up theatre, Claire Dowie ha iniziato operando nel circuito dei teatri alternativi di Londra. La stand-up comedy è un genere tipicamente anglosassone di performance comica ed è rappresentato da una nutrita serie di autori-attori che scrivono e interpretano monologhi (in genere legati al costume) e li provano a loro rischio e pericolo sugli spettatori in luoghi diversi come pub, piccoli teatri, sale alternative.
In questo ambito Claire Dowie ha una voce assolutamente riconoscibile e unica perché indaga, a volte in maniera autobiografica, uno dei temi chiave di questi tempi, il tema dell’identità, mettendo in luce tutte le ipocrisie e i condizionamenti che il mondo dei consumi esercita sull’esplosione dei nostri desideri.
La scrittura a volte è poesia, a volte è ritmata come un rap, ma in ogni modo esplosiva, penetrante, leggera ed ironica.
In Benji la Dowie racconta la storia di un grave disagio psichico mettendo in scena una personalità scissa che per esistere in una collettività oppressiva deve crearsi un amico immaginario.
E’ la storia di una ragazza, una ragazza comune, che ripercorre episodi della sua infanzia, della sua famiglia, della scuola, mettendo in luce la sua inadeguatezza, il suo essere diversa rispetto ai modelli imposti dalla società, il suo chiudersi in se stessa e il suo esplodere nella schizofrenia per manifestare quello che ha dentro e che ha tenuto per troppo tempo compresso.
Quando il dolore non ha parole per dirsi…
Quando tutti sembrano lontani e il mondo ce l’ha con noi…
Benji è la storia di una sofferenza molto profonda.
Benji è un po’ la storia di ognuno di noi alla ricerca di un ascolto vero.
I ragazzi lo sanno e lo sanno quelli che si ricordano di essere stati ragazzi.
Dott. Vilde Mailli
Psicologa psicoterapeuta
Anni fa, per caso, ho comprato questo testo, l’ho letto e poi ogni volta che sono passata davanti ad una libreria ho chiesto se avevano copie di questo libro e le ho comprate. Non volevo che altri scoprissero questa storia, volevo essere io a raccontarla. Ora ci sono riuscita e ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutata.
La protagonista è una ragazza comune che ha subito una serie di violenze e nessuno si è accorto del suo dolore. Vorrei, nel raccontare la sua storia, sensibilizzare tutti noi ad essere più attenti nel leggere il dolore negli occhi di chi ci è vicino, e vorrei che tutti noi imparassimo da questa ragazza ad essere più ironici verso noi stessi e ad accontentarci con gioia dei piccoli passi avanti della vita.
Paola di Meglio





















http://www.ertgiovani.com/j/
L’Emilia Romagna Teatro, già a partire dalla scorsa stagione teatrale, propone alle scuole lo spettacolo Benji, messo in scena dall’attrice Paola Di Meglio, per la regia di Cesare Lievi. Il testo, dell’inglese Claire Dowie, presenta la storia di una ragazzina nel suo percorso dalla solitudine e disaffezione della famiglia, dalla sofferenza dell’isolamento, alla malattia mentale, in cui entra prepotentemente l’amica immaginata, Benji, che incarna tanto il bisogno di affetto quanto quello di ribellione. L’esito positivo della vicenda non le toglie drammaticità e tensione, così come la schizofrenia non fa della ragazzina un caso a parte, bensì esemplifica una condizione molto più diffusa tra i giovani e gli adolescenti di quanto non si osi dire. Lo spettacolo, della durata di un’ora, è rappresentato in una classe, con tutti gli studenti-spettatori ai loro banchi, in un rapporto di sguardi, parole, sensazioni così stretto e coinvolgente da risultare alla fine davvero ‘vissuto’ e, in modo complesso, catartico. Un’esperienza forte emozionalmente; un evento di teatro originale e molto ben recitato e diretto. Tanto da consigliare di farsene spettatori, visto che sarà riproposto anche nella prossima stagione teatrale.
Milena Nicolini, insegnante di lettere delle classi IV e III F, Ist. Fermi, Modena
È come se si creasse un bunker dove nessuno può entrare, in cui l’attrice e il suo pubblico si sentono sicuri e protetti. Si è creata una grande complicità tra l’attrice e noi. Si arriva a un livello molto alto di intimità, quasi maniacale, in quanto l’attrice cerca il suo pubblico, cioè cerca sempre il nostro sguardo, una risposta nei nostri occhi. Si è venuta a creare una interazione di sguardi molto emozionante e potente. Per questo continuo confronto diretto, io penso che in un teatro la stessa rappresentazione non avrebbe sortito lo stesso effetto, perché l’attrice non avrebbe avuto la possibilità di instaurare un rapporto di complicità così forte con il suo pubblico. Non avrebbe avuto la possibilità di guardare negli occhi degli spettatori, non avrebbe instaurato una così grande intimità come invece ha fatto con noi. Io penso che noi non eravamo soltanto un semplice pubblico di uno spettacolo teatrale, ma eravamo anche noi personaggi e parte integrante di questa opera.
Marcello Arletti 3F
Quanti di noi sono terrorizzati all’idea di trovarsi soli con se stessi, quanti di noi hanno paura di uno sgabuzzino buio… Benji mostra le conseguenze che può portare su un’adolescente e poi in un’adulta un’educazione priva di calore, di affetto, fondata sulla finzione, sulla distanza fra genitori e figli e sugli sgabuzzini buii. Interessante la trama, fra l’altro molto realistica, che spinge lo spettatore ad una riflessione sia egli genitore o figlio, sugli atteggiamenti subiti o tenuti nel suo ruolo. Grande merito va anche all’attrice, capace di far penetrare nel pubblico la tensione e le emozioni della protagonista, grazie anche ai climax, ottenuti anche aumentando l’intensità della voce e facendo un fastidioso rumore battendo per terra e sui banchi. Grazie alla piccolezza dell’inusuale teatro riesce ad entrare in contatto diretto con il pubblico, per cui uscirà dalla rappresentazione con l’animo arricchito ed un poco provato
Nicola Battilani 3F
Trovo che Benji sia uno dei più begli spettacoli che abbia mai visto. Molto probabilmente perché, a differenza dei normali spettacoli che vengono rappresentati a teatro, dove lo spettatore fa da osservatore esterno e spesso rimane quindi fuori dalla rappresentazione senza immedesimarsi nei personaggi, Benji viene proposto in classe dove l’attrice si muove in mezzo al pubblico cercando di coinvolgerlo emotivamente. Inoltre l’attrice, Paola Di Meglio, è veramente brava, molto espressiva e riesce a calarsi perfettamente nelle varie vicende. Durante lo spettacolo Paola cambia spesso voce, anche improvvisamente, a seconda del momento, inscenando anche vere e proprie discussioni tra personaggi diversi. Per quanto riguarda il testo trovo che sia una storia molto interessante e anche molto realistica e convincente, tanto che all’inizio pensavo fosse vera. Il tema principale è la schizofrenia, ma soprattutto la mancanza di attenzione verso i giovani e gli adolescenti. In questa rappresentazione vengono mostrati, in maniera semplice e comprensibile, gli effetti devastanti che essa produce. Benji è uno spettacolo veramente bello ed interessante e un po’ fuori dal comune, che consiglio, a chiunque ne abbia la possibilità, di andare a vedere.
Gabriele Anzalone 4F
Mi sembra più che giusto commentare due diversi aspetti: uno riguardante il significato molto profondo della storia messa in scena, e poi il modo in cui l’attrice ha saputo rappresentarla. La rappresentazione di storie di questo genere, essendo molto forti, è un punto quantomeno di partenza per fare sì che la gente si renda conto di quanto il problema della malattia mentale sia diffuso: non solo si solleva il problema, ma si contribuisce a denunciare le possibili cause e le conseguenze del problema stesso, che molte volte sono banali consuetudini familiari. Per la resa scenica, cioè per come l’attrice ha saputo mettere in scena lo spettacolo, il mio parere, da persona non appassionata di teatro, è sicuramente molto positivo. L’attrice è riuscita a coinvolgere il pubblico con qualcosa del corpo che secondo me è molto complicato da utilizzare e cioè: lo sguardo. Io, dallo sguardo, riuscivo a capire gli stati d’animo, anche senza sentire le parole; cioè, se mi avessero tolto “l’audio”, le mie emozioni non sarebbero cambiate molto. I momenti di silenzio molte volte riuscivano a diventare fondamentali per comprendere la storia stessa, quasi come le parole fossero un elemento aggiuntivo. Questa volta sono veramente stato colpito.
Alessandro Rossi 4F
Impressionante.
E’ impressionante come eventi che giudichiamo comuni, anche se poco delicati, dei quali siamo ogni giorno tesmimoni, possano corrompere, in particolari circostanze, la mente umana fino alla schizofrenia. Come un comportamento, un atteggiamento, persino un gioco, se inerviene in una situazione particolare, possa, in chi come i bambini non ha i mezzi per elaborarne il colpo, trasformarsi in un trauma psicologico. Come le stesse tecniche educative, delle quali spesso gli adulti sono perfino orgogliosi, possano, in realtà, rivelarsi catastrofiche. E’ impressionante la violenza con cui “Benji” sbatte queste tematiche davanti agli occhi del pubblico. Venire a conoscenza dell’intera vicenda che porta alla follia un essere umano, non è cosa comune: i “matti” sono emarginati, li temiamo, o temiamo di ridestare in loro superati dolori rivangando nel passato. Così la loro esperienza rimane dominio dei soli psicologi, mentre noi finiamo per mitizzarla e immaginarla erroneamente lontanissima da qualsiasi altra esperienza di nostra conoscenza. “Benji”, invece, racconta l’esperienza della protagonista dal principio, evidenziando l’apparente banalità dei torti subiti, lasciando che lo spettatore s’immedesimi, riconoscendo a tratti in essi i medesimi torti di certo subiti anche da lui, in qualche circostanza. Seguire la storia della formazione di una persona, permette comprendere alcuni dei suoi processi mentali e caratteriali, e porta il pubblico a ragionare come il personaggio, condividendo almeno in parte le sue vicende. L’immedesimazione è tale che al termine della rappresentazione lo spettatore finisce per convincersi di avere percorso anch’egli qualche tratto di follia.
Lucio Anderlini 4F
Lo spettacolo fa riflettere su un problema reale, sulle persone che non riescono a fare amicizia e vengono isolate e prese in giro e che non vengono nemmeno capite dai loro genitori. Ci offre anche una visione diversa del problema, dalla parte a noi sconosciuta, quella delle persone che sono vittime di questa solitudine e poi di questa malattia. Fa pensare, perché, se si volesse, con un po’ di buona volontà si potrebbe forse evitare, cercando di integrare i ragazzi in gruppi di loro coetanei e provando a capire i loro problemi e anche intervenendo con psicologi nei casi più gravi. Io conosco un ragazzo che non è malato di schizofrenia, però a causa di problemi è sempre stato isolato e preso in giro. Un po’ di tempo fa ho letto per caso un racconto che ha scritto e da quanto ho capito gli piacerebbe pubblicarlo; nel racconto si vede che il ragazzo non ha amici e quasi tutti sono contro di lui.
Marco Anceschi 4F
Entra, sbatte la porta e ti fissa imbronciata. Questo l’inizio col quale Paola Di Meglio, attrice, si tuffa nella storia di una giovane inglese, prima bambina e poi adolescente, addentrandosi abilmente nei meandri della sua mente e coinvolgendo con maestria il giovane pubblico perlopiù composto da studenti. Sicuramente imponente e brusco è l’impatto emotivo che i repentini cambi di tono e sguardo dell’attrice provocano nello spettatore che, in breve tempo, si ritrova completamente immerso e rapito da una trama tanto semplice quanto coinvolgente. Il segreto è forse il contatto diretto che si instaura tra attrice e spettatore e la vicinanza fisica: annullano la classica barriera cinematografica o televisiva. Impatto emotivo che solo il teatro con le sue urla improvvise e la sua fisicità riesce a dare. Raramente si ha l’occasione di poter assistere in maniera così ravvicinata a quella che si può definire come un’ottima espressione teatrale, molto professionale e curata. Assolutamente consigliato a tutti coloro che della fantasia fanno una parte fondamentale della propria vita e che non si limitano a vivere di solo toccare e guardare.
Luca Vescovini 4F
ho visto questo spettacolo, anzi, forse è più corretto dire che l’ho solo ascoltato. eravamo nella nostra classe, quella che credevo la seconda casa della mia seconda liceo. come si fa a sorreggere le sguardo di Paola sapendo che forse anche Benji ti sta osservando? è stato… non so nemmeno come definisrlo, non ho ancora capito se mi sia piaciuto o meno. l’ho trovato fantastico. in bene e in male. non so ancora se sia per l’estrema bravura di Paola o per la storia alquanto coinvolgente. certamente ti fa riflettere, questo non lo mentto in dubbio, ma più che per l’isolamento o per il problema della schizofrenia mi ha fatto riflette sul buco allo stomaco che viene più volte citato all’inizio della “commedia” . nonostante la ragazza inglese sia del tutto estraneo a noi, con questo buco penso ci si identifichino tutti, o quasi. vederlo nella propria classe è stato un pochino come scoprirsi, come se lei stese parlando delle tue cose davanti a tutte le persone a te più care, prof compresa. forse è un commento già troppo lungo, ma non mi importa. penso che invece di riflettere sulla diversità della prima bambina e poi adolescente ragazza inglese noi dobbiamo capire cosa di noi vediamo in lei e cercare di comprendere prima noi stessi poi gli altri. queste sono solo parole buttate a caso, ma non è forse anche questo il bello della commedia? parole in liberà.