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CONVERSAZIONE SU TRADIMENTI
Attraversare le stanze
di Andrea Renzi
In Tradimenti è la struttura drammaturgica rivolta all’indietro che “ricorda” e crea attese e sospensioni. Pinter, modificando l’abituale “punto di vista”, costringe l’attenzione dello spettatore a ri-costruire il quadro d’insieme e la orienta più sul “come” che sul “cosa” è successo. È una soluzione di montaggio che mette gli spettatori in condizione di osservare la vicenda da un punto di vista inedito. È la carrellata all’indietro degli eventi che accende una luce diversa sulle orditure degli inganni e delle omissioni. Consapevoli delle importanti esperienze di Pinter come sceneggiatore non può sfuggire il taglio cinematografico di questo testo. Siamo di fronte ad una commedia ovviamente priva di unità di tempo e di luogo. Le singole scene possono essere viste come istantanee, come scatti rubati agli snodi cruciali delle relazioni.
Discende da questa analisi della struttura drammaturgica l’intenzione di una ricostruzione “fotografica” degli scenari, delle “stanze” pinteriane. La foto trattiene un frammento di memoria, una scheggia di realtà che tradisce una realtà più ampia, evocata e irraggiungibile. La foto congela, fissa per sempre qualcosa che la nostra memoria continua a modificare, a tradire. Ecco quindi un contesto che, dice Andrea Renzi, “a partire da immagini fotografiche, delinei gli ambienti in maniera più liquida e rarefatta di una ricostruzione scenografica tradizionale, mi è sembrato un percorso adatto alla specificità di questa “commedia della memoria”. Una modalità che solleciti sul piano della visione la cristallina esattezza della scrittura e che crei un ambiente al tempo stesso concreto e sfuggente come i personaggi ritratti da Pinter. E si giunge al fronte più interno della memoria quello che riguarda il rapporto che ciascuno dei tre protagonisti intrattiene con il ricordo, con la ricostruzione di quello che è accaduto. Questa è l’orditura che stiamo dipanando giorno per giorno con gli attori. Un lavoro di scavo che richiede capacità di immedesimazione, di stilizzazione, di messa in gioco del sé e del distacco. Un lavoro di grande sottigliezza che per me rappresenta la vera sfida di questa messinscena. Restituire una osservazione delle relazioni umane così esatta e pure sospesa, dolorosa, immutabile, a volte leggera e piena di umorismo significa avere una occasione per mettere lo spettatore e la sua coscienza di fronte alla irriducibile complessità di ogni essere vivente e questo rappresenta una necessità dell’atto teatrale. In questa complessità sono possibili vari livelli di lettura tutti legittimi. Pinter gioca con il consueto menage a tre e capovolge continuamente molti luoghi comuni con effetti spiazzanti – si pensi al doloroso sofferto e sarcastico autocontrollo di Robert. È evidente che il tradimento verso se stessi è quello da cui derivano tutti gli altri. Ed è un tema forte anche il tradimento delle aspirazioni giovanili. Non a caso l’arco di tempo della vicenda va da una significativa, vorrei quasi dire simbolica, ultima festa della giovinezza, nel ’68, a un incontro in un pub deserto dove tutto è passato, tutto è finito, come dice Emma, e siamo nel ’77. Se per i personaggi questo decennio rappresenta il passaggio di una linea d’ombra, per noi spettatori, a trent’anni dal debutto, quello stesso decennio diventa significativo storicamente, interagisce con il nostro immaginario. Quegli anni oggettivati dagli abiti e dagli arredi suscitano ricordi o nostalgie, o rievocano speranze. E si consuma nella assoluta fedeltà al testo un ulteriore tradimento che spero spinga a interrogare le nostre relazioni umane, a misurare «i confini tra reale e irreale, tra vero e falso».






















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