Stagione '07 '08

E’ arrivato il tempo dei saggi

Maggio. Tempo di saggi delle scuole. I teatri si svuotano dei professionisti e si riempiono di bambini, adolescenti,  insegnanti e operatori  ansiosi di mostrare gli esiti dei laboratori teatrali svolti durante l’anno. In questa kermesse che coinvolge in genere interi quartieri, si vede un po’ di tutto. Dalle recite che qualcuno definisce di tipo “ottocentesco” con tanto di costumi, copioni, protagonisti e comparse a esiti di laboratorio più corali, scaturiti da un lavoro in progress, spesso figlio delle esperienze di pedagogia  teatrale dei grandi maestri del Novecento.
Ma sempre più sovente, in entrambi, i casi ciò che importa è mostrare il risultato. Ciò che preme è arrivare puntuali all’appuntamento sul palcoscenico. Ciò che conta è l’applauso finale e i bravo dalla platea. A nulla contano i mille discorsi sul teatro nella scuola, sulle sue funzioni, sulle sue modalità, sui suoi obiettivi. The show must go on. Lo spettacolo prima e dopo tutto, in una voglia di protagonismo e di (a volte) misurato  esibizionismo che non lascia spazio a dubbi.
Ma dov’è lo spettatore? Non parlo dei bambini che aspettano nervosi il proprio turno, né dei genitori che in queste occasioni si trasformano in fans armati di videocamere e macchine fotografiche digitali. Non parlo delle insegnanti, che arrivano all’appuntamento sull’orlo di una crisi di nervi e neanche dei nonni, che forse sono i più divertiti e fieri. Parlo dello spettatore che è in ciascuno di loro e che viene dimenticato sulla porta del teatro prima del saggio scolastico. Nella maggior parte dei casi questi appuntamenti si trasformano in  esempi di puro esibizionismo a favore di distratti voyer con uno schermo acceso in mano. Ciò che emerge è un’assoluta autoreferenzialità delle esperienze fatte nella scuola, spesso sganciate da una visione del teatro  e quasi mai destinate a moltiplicare gli sguardi e le azioni  in una logica di crescita culturale ed artistica.
Si dice che il teatro nelle scuole è spesso finalizzato a integrare i più svantaggiati, a insegnare una lingua, a rinforzare un percorso didattico e mille altre cose ancora. Peccato che non serva quasi mai a fare e vedere teatro consapevolmente, a imparare una “grammatica” che potrà aiutare a  leggere dentro se stessi, a decodificare mass media, svelare fandonie, leggere tra le righe, ascoltare le pause e riconoscere  negli atteggiamenti del corpo un’altra forma del dire. Prima ancora che a formare uno spettatore consapevole, inoltre, il teatro nella scuola dovrebbe appartenere a una sfera culturale necessaria,  perché come dice un grande maestro “il teatro non ha categorie, ma si occupa della vita.  E’ il solo punto di partenza, l’unico veramente fondamentale. Il teatro è la vita” (P. Brook, La porta aperta).
La rappresentazione, l’integrazione, l’educazione e tutto il resto sono conseguenze di un attraversamento delle ragioni vitali che gli permette di essere, dopo millenni, il luogo privilegiato della condivisione di esperienze.
Nulla contro il teatro nelle scuole, anzi. Ma torniamo al teatro degli attori come centro propulsore. Torniamo allo spettatore consapevole come vettore dello sguardo. Facciamo camminare insieme i linguaggi della scena professionale con i linguaggi del teatro nella scuola, o la frattura sarà sempre più insanabile. Il teatro nella scuola non può essere il palliativo contro i mali che la affliggono, ma può sicuramente  diventare strumento di crescita verso una cittadinanza attiva e consapevole.

Bookmark and Share

Leave a Reply

You can use these XHTML tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>