E’ tempo di saggi

E’ tempo di saggi

Maggio. Tempo di saggi delle scuole. I teatri si svuotano dei professionisti e si riempiono di bambini, adolescenti,  insegnanti e operatori  ansiosi di mostrare gli esiti dei laboratori teatrali svolti durante l’anno. In questa kermesse che coinvolge in genere interi quartieri, si vede un po’ di tutto. Dalle recite che qualcuno definisce di tipo “ottocentesco” con tanto di costumi, copioni, protagonisti e comparse a esiti di laboratorio più corali, scaturiti da un lavoro in progress, spesso figlio delle esperienze di pedagogia  teatrale dei grandi maestri del Novecento.
Ma sempre più sovente, in entrambi i casi ciò che importa è mostrare il risultato. Ciò che preme è arrivare puntuali all’appuntamento sul palcoscenico. Ciò che conta è l’applauso finale e i bravo dalla platea. A nulla contano i mille discorsi sul teatro nella scuola, sulle sue funzioni, sulle sue modalità, sui suoi obiettivi. The show must go on. Lo spettacolo prima e dopo tutto, in una voglia di protagonismo e di (a volte) misurato  esibizionismo che non lasci a spazio a dubbi.
Ma dov’è lo spettatore? Non parlo dei bambini che aspettano nervosi il proprio turno, né dei genitori che in queste occasioni si trasformano in fans armati di videocamere e macchine fotografiche digitali. Non parlo delle insegnanti, che arrivano all’appuntamento sull’orlo di una crisi di nervi e neanche dei nonni, che forse sono i più divertiti e fieri. Parlo dello spettatore che è in ciascuno di loro e che viene dimenticato sulla porta del teatro prima del saggio scolastico. Nella maggior parte dei casi questi appuntamenti si trasformano in  esempi di puro esibizionismo a favore di distratti voyer con uno schermo acceso in mano. Ciò che emerge è un’assoluta autoreferenzialità delle esperienze fatte nella scuola, spesso sganciate da una visione del teatro  e quasi mai destinate a moltiplicare gli sguardi e le azioni  in una logica di crescita culturale ed artistica.
Si dice che il teatro nelle scuole è spesso finalizzato a integrare i più svantaggiati, a insegnare una lingua, a rinforzare un percorso didattico e mille altre cose ancora. Peccato che non serva quasi mai a fare e vedere teatro consapevolmente, a imparare una “grammatica” che potrà aiutare a  leggere dentro se stessi, a decodificare mass media, svelare fandonie, leggere tra le righe, ascoltare le pause e riconoscere  negli atteggiamenti del corpo un’altra forma del dire. Prima ancora che a formare uno spettatore consapevole, inoltre, il teatro nella scuola dovrebbe appartenere a una sfera culturale necessaria,  perché come dice un grande maestro “il teatro non ha categorie, ma si occupa della vita.  E’ il solo punto di partenza, l’unico veramente fondamentale. Il teatro è la vita” (P. Brook, La porta aperta).
La rappresentazione, l’integrazione, l’educazione e tutto il resto sono conseguenze di un attraversamento delle ragioni vitali che gli permette di essere, dopo millenni, il luogo privilegiato della condivisione di esperienze.
Nulla contro il teatro nelle scuole, anzi. Ma torniamo al teatro degli attori e dei professionisti come centro propulsore. Esigiamo la qualità dagli artisti e dagli operatori. Offriamo al bambino un guardare e un agire consapevole.  Facciamo camminare insieme i linguaggi della scena professionale con i linguaggi del teatro nella scuola, o la frattura tra dove va il teatro (anche quello per l’infanzia) e il suo simulacro nelle scuole sarà sempre più insanabile. Chiediamo meno saggi di fine anno e più saggezza verso ciò che ci propinano come teatro scuola. Il teatro nella scuola non può essere il palliativo contro i mali che la affliggono, ma può sicuramente  diventare strumento di crescita verso una cittadinanza attiva e consapevole.

Bookmark and Share

4 Responses to “E’ tempo di saggi”

  1. La mia esperienza di lavoro di scrittura e teatro nelle scuole è ancora molto piccola. E parlare della scuola venendo dall’esterno può essere delicato e arbitrario. Ciò di cui posso parlare è una sensazione: la sensazione che anche l’incontro e la relazione tra ragazzi, insegnanti e ‘esperti’ – nome bifronte che allude pericolosamente a un’idea imperante di iperspecialismo ma che contiene in sé anche il rispetto per un sapere altro – diventino sempre più e sempre più spesso il riempitivo di un residuo di tempo di scuola da riempire, una richiesta quantitativa e produttiva più che una possibilità di apertura e di ascolto, e infine la conferma di un’idea dello spettacolo e dell’espressione di sé che non ha a che vedere con il farsi lento, semplice, sempre sorpreso e sorprendente che è proprio di ogni arte e tanto più del teatro, se questo, come giustamente cita Cira da Peter Brook, si occupa sempre della vita.
    La scuola, inevitabilmente, riflette in piccolo la società che la ospita. E la scuola di oggi, come la società di oggi, possiede una grande ricchezza umana – quella della diversità e della multicultura -, ma possiede anche una grande povertà culturale, ovvero povertà di attenzione, di tempo, di curiosità, di tensione verso ciò che ancora non si sa e non si conosce, di cura dei principi di ogni tecnica e di ogni arte.
    La mia sensazione, allora, è che chi porta il suo parziale sapere dell’arte e del teatro nella scuola di oggi possa portarvi soprattutto se stesso, il suo percorso, il suo bagaglio più basico di pensieri e di materiali e di tecniche: portarvi il tempo, tutto il tempo che passa tra la concezione di un’opera, lo studio e la sua creazione, portarvi il bisogno di senso e di bellezza che abia quel mondo parallelo e nello stesso tempo interno alla vita chiamato appunto “teatro”.
    La mia sensazione è che la parola chiave nell’incontro tra teatro e scuola, oggi, non possa essere che ASCOLTO. “Ascolto” dell’incontro, prima di tutto: da parte degli insegnanti, che non possono chiedere agli artisti ciò che già sanno o che già si aspettano; da parte degli artisti, che cercheranno di volta in volta il giusto linguaggio per portare il teatro proprio – e perché no anche altrui- nella scuola che incontrano, e da parte dei ragazzi, che solo ripartendo dall’ascolto potranno incontrare davvero l’arte e il teatro e, soprattutto, continuare a desiderare quest’incontro. Ripartire da uno sguardo sulle opere e sui linguaggi, come in un viaggio dove il centro non sia tanto l’espressione di sé – sempre il sé, mai l’altro… – quanto piuttosto il proprio sguardo sul mondo, il mondo fuori, il mondo dell’arte, del teatro, un mondo dove ogni parola viene sempre dopo l’ascolto, un lungo ascolto, e dove il guardare – forma attiva – viene sempre prima, molto prima, dell’essere guardati.

  2. Intervengo ancora a proposito di ascolto, e di saggi, perché oggi il Testoni ha ospitato la dimostrazione del bel lavoro di Eleonora Ribis e Rasha Darwish con le classi terze, quarte e quinte delle scuole Carducci di Casalecchio: un lavoro che è partito dalla fiaba russa di Vasilissa e dall’esperienza di ricerca sul sonoro cominciata l’anno scorso con Chiara Guidi, ma che già oggi è andato un po’ oltre, grazie al rigore e alla cura delle due attrici e operatrici e dei bambini e destinato a indicare percorsi di drammaturgie e di pensiero importanti nell’incontro tra teatro e scuola. Prima che la dimostrazione-spettacolo avesse inizio, Rasha e Eleonora hanno chiesto al pubblico di coprirsi gli occhi con le mani, e di aprire solo le orecchie: la stessa cosa che hanno chiesto anche ai bambini, centoventi bambini insieme oggi sul palco, durante tutti gli incontri del laboratorio. Che questo sia accaduto fisicamente o meno, al di là anche del risultato e della curiosità per lo specifico del racconto sonoro, si è trattato di mezz’ora di ascolto al servizio del teatro, o di teatro al servizio dell’ascolto: l’ascolto da parte delle artiste, che hanno pazientemente lavorato intorno alle suggestioni sonore che la narrazione classica della fiaba portava con sé, offrendole a se stesse e ai bambini come tanti incipit da cui ripartire, piccoli e grandi esploratori del sonoro che il quotidiano nasconde; l’ascolto da parte dei bambini, che hanno alla fine raccontato un’altra fiaba, ovvero altri percorsi della fiaba a partire dalla sua narrazione tradizionale, e che per farlo hanno aperto le orecchie al racconto, e a se stessi, e a tutti gli altri che accanto a loro e con loro cercavano ogni volta il proprio suono; e l’ascolto infine da parte nostra, noi spettatori, chiamati a toccare con mano, anzi con ‘orecchio’, quanto soltanto la cura e il rigore, quanto solamente la tensione e l’attenzione possano portare a cercare e trovare nuove strade per nuove opere, che sia a partire dalla più antica delle fiabe o dalla più contemporanea delle storie. Di più, il nostro ascolto davanti a una dimostrazione di lavoro ci fa cogliere l’anima del lavoro stesso, con tutti i suoi punti di partenza, tutte le sue tappe e le sue domande, ciò che sarebbe buono e giusto poter fare di fronte a ogni creazione, riconoscendone le fasi, le direzioni, per non giudicarla più in base a chi ci sta dietro, ma in base al cosa, e ai perché, e alla cura e al rigore e all’ascolto dalle quali essa prenda le mosse.

  3. Sono d’accordo con quello che dici, cara Federica, ma vorrei riflettere su un elemento della rappresentazione di ieri che tu citi e che è rarissimo vedere nel teatro fatto nella scuola e in generale con i bambini.
    Lo chiamerò RIGORE, e con questo intendo parlare dell’assunzione di responsabilità nei confronti della storia di Vassilissa da parte di Rasha e Eleonora, dei bambini, delle insegnanti e del pubblico.
    Tutti attenti a non fare rumore per non disturbare i rumori dello spettacolo.
    Ti ricordi? Abbiamo visto insieme la mamma che ha portato fuori, in punta di piedi, il neonato che contagiato dai suoni ha iniziato a produrne di suoi (e con quale tempismo!). Abbiamo visto il papà che non potendo proprio fare a meno di scattare qualche foto, premeva il pulsante della macchina fotografica con un gesto trattenuto, nella speranza di non far sentire il clik. Poi si guardava intorno e smetteva, quasi vergognadosi di quello che aveva fatto.
    Questa attenzione da parte di tutti a non fare rumore, perché il rumore volontario e studiato era l’ossatura della storia, mi sembra che faccia parte di quel rigore (contagioso) verso le cose e verso gli altri che è così raro vedere (ovunque). E’ come se tutti quelli che erano riuniti in quel teatro (con le luci di sala accese, oltretutto) facessero attenzione a non interrompere il flusso di quella storia, che viaggiava tra il palco e la galleria.
    Davanti al rigore con cui i bambini prendevano i loro “strumenti”, si posizionavano nello spazio e si davano segnali di stop, non si poteva fare diversamente. Quel rigore, per pochi minuti, ha creato comunità…

    D’altra parte che cos’è la rappresentazione se non un’assunzione di responsabilità verso una storia? L’attore che interpreta Amleto, non mette a disposizione del personaggio tutto il suo mestiere con rigore e assumendosene tutte le responsabilità? E lo spettatore che soffre per e con lui, non se ne assume la responsabilità per quelle due ore di spettacolo?

    Quello che voglio dire è che forse se il teatro scuola può avere un obiettivo, questo è quello di trasmettere a una comunità quel rigore necessario a RACCONTARE DAVVERO UNA STORIA INVENTATA SENZA SEMBRARE DEI BUGIARDI E VIVERE EMOZIONI FINTE PER DAVVERO,COSI’ CHE SIA CHIARO PER TUTTI IL CONFINE TRA REALTA’ E FINZIONE, O COME SI DICE OGGI TRA REALITY E FICTION …Perchè in fondo il teatro smaschera le bugie.

  4. IL CONFINE TRA REALTA’ E FINZIONE: ecco il punto, ecco il cuore. Si tratta di quel confine che la nostra società in più ambiti ha violato, per non saper conservare appunto quel rigore, e quel senso di responsabilità, che quel confine costruiscono e custodiscono, insieme. „dove la finzione è esplicita, la verità è più forte”, scriveva Sofri in un articolo a proposito delle storie raccontate oggi dalla cronaca e dalla tv, storie che mescolano senza rigore, e senza alcuna assunzione di responsabilità da parte di chi se le assume, la realtà e la sua manipolazione, spesso addirittura inconsapevole. Il teatro oggi, allora, può tornare insieme con la letteratura, quella vera, a essere il luogo dove quel confine si ricostruisce e dove chi è sulla scena o dietro e chi la guarda, insieme, tornando a essere consapevoli di quella “esplicita finzione” di cui insieme sono responsabili ogni volta, possano ogni volta avvicinarsi a una piccola verità, o almeno interrogarsi su una verità, e riavvicinarsi in questo modo ad un pensiero sulla vita e sulla morte, ciò che di ogni arte – piccola o grande, per i piccoli o anche per i grandi – dovrebbe sempre essere il cuore.

Leave a Reply

You can use these XHTML tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>