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	<title>Commenti a: E&#8217; tempo di saggi</title>
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	<description>Casalecchio di Reno (BO)</description>
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		<title>Di: federica</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/e-tempo-di-saggi/comment-page-1/#comment-382</link>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 11:40:05 +0000</pubDate>
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		<description>IL CONFINE TRA REALTA&#039; E FINZIONE: ecco il punto, ecco il cuore. Si tratta di quel confine che la nostra società in più ambiti ha violato, per non saper conservare appunto quel rigore, e quel senso di responsabilità, che quel confine costruiscono e custodiscono, insieme. „dove la finzione è esplicita, la verità è più forte&quot;, scriveva Sofri in un articolo a proposito delle storie raccontate oggi dalla cronaca e dalla tv, storie che mescolano senza rigore, e senza alcuna assunzione di responsabilità da parte di chi se le assume, la realtà e la sua manipolazione, spesso addirittura inconsapevole. Il teatro oggi, allora, può tornare insieme con la letteratura, quella vera, a essere il luogo dove quel confine si ricostruisce e dove chi è sulla scena o dietro e chi la guarda, insieme, tornando a essere consapevoli di quella &quot;esplicita finzione&quot; di cui insieme sono responsabili ogni volta, possano ogni volta avvicinarsi a una piccola verità, o almeno interrogarsi su una verità, e riavvicinarsi in questo modo ad un pensiero sulla vita e sulla morte, ciò che di ogni arte - piccola o grande, per i piccoli o anche per i grandi - dovrebbe sempre essere il cuore.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>IL CONFINE TRA REALTA&#8217; E FINZIONE: ecco il punto, ecco il cuore. Si tratta di quel confine che la nostra società in più ambiti ha violato, per non saper conservare appunto quel rigore, e quel senso di responsabilità, che quel confine costruiscono e custodiscono, insieme. „dove la finzione è esplicita, la verità è più forte&#8221;, scriveva Sofri in un articolo a proposito delle storie raccontate oggi dalla cronaca e dalla tv, storie che mescolano senza rigore, e senza alcuna assunzione di responsabilità da parte di chi se le assume, la realtà e la sua manipolazione, spesso addirittura inconsapevole. Il teatro oggi, allora, può tornare insieme con la letteratura, quella vera, a essere il luogo dove quel confine si ricostruisce e dove chi è sulla scena o dietro e chi la guarda, insieme, tornando a essere consapevoli di quella &#8220;esplicita finzione&#8221; di cui insieme sono responsabili ogni volta, possano ogni volta avvicinarsi a una piccola verità, o almeno interrogarsi su una verità, e riavvicinarsi in questo modo ad un pensiero sulla vita e sulla morte, ciò che di ogni arte &#8211; piccola o grande, per i piccoli o anche per i grandi &#8211; dovrebbe sempre essere il cuore.</p>
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		<title>Di: Teatro A.Testoni</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/e-tempo-di-saggi/comment-page-1/#comment-364</link>
		<dc:creator>Teatro A.Testoni</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 11:44:02 +0000</pubDate>
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		<description>Sono d&#039;accordo con quello che dici, cara Federica, ma vorrei riflettere su un  elemento della rappresentazione di ieri che tu citi e che è rarissimo vedere nel teatro fatto nella scuola e in generale con i bambini. 
Lo chiamerò RIGORE, e con questo intendo parlare dell&#039;assunzione di responsabilità nei confronti della storia di Vassilissa da parte di Rasha e Eleonora, dei bambini, delle insegnanti e del pubblico. 
Tutti attenti a non fare rumore per non disturbare i rumori dello spettacolo. 
Ti ricordi? Abbiamo visto insieme la mamma che ha portato fuori, in punta di piedi, il neonato che contagiato dai suoni ha iniziato a produrne di suoi (e con quale tempismo!). Abbiamo visto il papà che non potendo proprio fare a meno di scattare qualche foto, premeva il pulsante della macchina fotografica con un gesto trattenuto, nella speranza di non far sentire il clik. Poi si guardava intorno e smetteva, quasi vergognadosi di quello che aveva fatto. 
Questa attenzione da parte di tutti a non fare rumore, perché il rumore volontario e studiato era l&#039;ossatura della storia, mi sembra che faccia parte di quel rigore (contagioso) verso le cose e verso gli altri che è così raro vedere (ovunque). E&#039; come se tutti quelli che erano riuniti in quel teatro (con le luci di sala accese, oltretutto) facessero attenzione a non interrompere il flusso di quella storia, che viaggiava tra il palco e la galleria. 
Davanti al rigore con cui i bambini prendevano i loro &quot;strumenti&quot;, si posizionavano nello spazio e si davano segnali di stop, non si poteva fare diversamente. Quel rigore, per pochi minuti, ha creato comunità... 

D&#039;altra parte che cos&#039;è la rappresentazione se non un&#039;assunzione di responsabilità verso una storia? L&#039;attore che interpreta Amleto, non mette a disposizione del personaggio tutto il suo mestiere con rigore e assumendosene tutte le responsabilità?  E lo spettatore che soffre per e con lui, non se ne assume la responsabilità per quelle due ore di spettacolo? 

Quello che voglio dire è che forse se il teatro scuola può avere un obiettivo, questo è quello di trasmettere a una comunità quel rigore necessario a RACCONTARE DAVVERO UNA STORIA INVENTATA SENZA SEMBRARE DEI BUGIARDI E VIVERE EMOZIONI FINTE PER DAVVERO,COSI&#039; CHE SIA CHIARO PER TUTTI IL CONFINE TRA REALTA&#039; E FINZIONE, O COME SI DICE OGGI TRA REALITY E FICTION  ...Perchè in fondo il teatro smaschera le bugie.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono d&#8217;accordo con quello che dici, cara Federica, ma vorrei riflettere su un  elemento della rappresentazione di ieri che tu citi e che è rarissimo vedere nel teatro fatto nella scuola e in generale con i bambini.<br />
Lo chiamerò RIGORE, e con questo intendo parlare dell&#8217;assunzione di responsabilità nei confronti della storia di Vassilissa da parte di Rasha e Eleonora, dei bambini, delle insegnanti e del pubblico.<br />
Tutti attenti a non fare rumore per non disturbare i rumori dello spettacolo.<br />
Ti ricordi? Abbiamo visto insieme la mamma che ha portato fuori, in punta di piedi, il neonato che contagiato dai suoni ha iniziato a produrne di suoi (e con quale tempismo!). Abbiamo visto il papà che non potendo proprio fare a meno di scattare qualche foto, premeva il pulsante della macchina fotografica con un gesto trattenuto, nella speranza di non far sentire il clik. Poi si guardava intorno e smetteva, quasi vergognadosi di quello che aveva fatto.<br />
Questa attenzione da parte di tutti a non fare rumore, perché il rumore volontario e studiato era l&#8217;ossatura della storia, mi sembra che faccia parte di quel rigore (contagioso) verso le cose e verso gli altri che è così raro vedere (ovunque). E&#8217; come se tutti quelli che erano riuniti in quel teatro (con le luci di sala accese, oltretutto) facessero attenzione a non interrompere il flusso di quella storia, che viaggiava tra il palco e la galleria.<br />
Davanti al rigore con cui i bambini prendevano i loro &#8220;strumenti&#8221;, si posizionavano nello spazio e si davano segnali di stop, non si poteva fare diversamente. Quel rigore, per pochi minuti, ha creato comunità&#8230; </p>
<p>D&#8217;altra parte che cos&#8217;è la rappresentazione se non un&#8217;assunzione di responsabilità verso una storia? L&#8217;attore che interpreta Amleto, non mette a disposizione del personaggio tutto il suo mestiere con rigore e assumendosene tutte le responsabilità?  E lo spettatore che soffre per e con lui, non se ne assume la responsabilità per quelle due ore di spettacolo? </p>
<p>Quello che voglio dire è che forse se il teatro scuola può avere un obiettivo, questo è quello di trasmettere a una comunità quel rigore necessario a RACCONTARE DAVVERO UNA STORIA INVENTATA SENZA SEMBRARE DEI BUGIARDI E VIVERE EMOZIONI FINTE PER DAVVERO,COSI&#8217; CHE SIA CHIARO PER TUTTI IL CONFINE TRA REALTA&#8217; E FINZIONE, O COME SI DICE OGGI TRA REALITY E FICTION  &#8230;Perchè in fondo il teatro smaschera le bugie.</p>
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		<title>Di: federica</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/e-tempo-di-saggi/comment-page-1/#comment-360</link>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 May 2008 13:01:01 +0000</pubDate>
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		<description>Intervengo ancora a proposito di ascolto, e di saggi, perché oggi il Testoni ha ospitato la dimostrazione del bel lavoro di Eleonora Ribis e Rasha Darwish con le classi terze, quarte e quinte delle scuole Carducci di Casalecchio: un lavoro che è partito dalla fiaba russa di Vasilissa e dall&#039;esperienza di ricerca sul sonoro cominciata l&#039;anno scorso con Chiara Guidi, ma che già oggi è andato un po&#039;  oltre, grazie al rigore e alla cura delle due attrici e operatrici e dei bambini e destinato a indicare percorsi di drammaturgie e di pensiero importanti nell&#039;incontro tra teatro e scuola. Prima che la dimostrazione-spettacolo avesse inizio, Rasha e Eleonora hanno chiesto al pubblico di coprirsi gli occhi con le mani, e di aprire solo le orecchie: la stessa cosa che hanno chiesto anche ai bambini, centoventi bambini insieme oggi sul palco, durante tutti gli incontri del laboratorio. Che questo sia accaduto fisicamente o meno, al di là anche del risultato e della curiosità per lo specifico del racconto sonoro, si è trattato di mezz&#039;ora di ascolto al servizio del teatro, o di teatro al servizio dell&#039;ascolto: l&#039;ascolto da parte delle artiste, che hanno pazientemente lavorato intorno alle suggestioni sonore che la narrazione classica della fiaba portava con sé, offrendole a se stesse e ai bambini come tanti incipit da cui ripartire, piccoli e grandi esploratori del sonoro che il quotidiano nasconde; l&#039;ascolto da parte dei bambini, che hanno alla fine raccontato un&#039;altra fiaba, ovvero altri percorsi della fiaba a partire dalla sua narrazione tradizionale, e che per farlo hanno aperto le orecchie al racconto, e a se stessi, e a tutti gli altri che accanto a loro e con loro cercavano ogni volta il proprio suono; e l&#039;ascolto infine da parte nostra, noi spettatori, chiamati a toccare con mano, anzi con &#039;orecchio&#039;, quanto soltanto la cura e il rigore, quanto solamente la tensione e l&#039;attenzione possano portare a cercare e trovare nuove strade per nuove opere, che sia a partire dalla più antica delle fiabe o dalla più contemporanea delle storie. Di più, il nostro ascolto davanti a una dimostrazione di lavoro ci fa cogliere l&#039;anima del lavoro stesso, con tutti i suoi punti di partenza, tutte le sue tappe e le sue domande, ciò che sarebbe buono e giusto poter fare di fronte a ogni creazione, riconoscendone le fasi, le direzioni, per non giudicarla più in base a chi ci sta dietro, ma in base al cosa, e ai perché, e alla cura e al rigore e all&#039;ascolto dalle quali essa prenda le mosse.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Intervengo ancora a proposito di ascolto, e di saggi, perché oggi il Testoni ha ospitato la dimostrazione del bel lavoro di Eleonora Ribis e Rasha Darwish con le classi terze, quarte e quinte delle scuole Carducci di Casalecchio: un lavoro che è partito dalla fiaba russa di Vasilissa e dall&#8217;esperienza di ricerca sul sonoro cominciata l&#8217;anno scorso con Chiara Guidi, ma che già oggi è andato un po&#8217;  oltre, grazie al rigore e alla cura delle due attrici e operatrici e dei bambini e destinato a indicare percorsi di drammaturgie e di pensiero importanti nell&#8217;incontro tra teatro e scuola. Prima che la dimostrazione-spettacolo avesse inizio, Rasha e Eleonora hanno chiesto al pubblico di coprirsi gli occhi con le mani, e di aprire solo le orecchie: la stessa cosa che hanno chiesto anche ai bambini, centoventi bambini insieme oggi sul palco, durante tutti gli incontri del laboratorio. Che questo sia accaduto fisicamente o meno, al di là anche del risultato e della curiosità per lo specifico del racconto sonoro, si è trattato di mezz&#8217;ora di ascolto al servizio del teatro, o di teatro al servizio dell&#8217;ascolto: l&#8217;ascolto da parte delle artiste, che hanno pazientemente lavorato intorno alle suggestioni sonore che la narrazione classica della fiaba portava con sé, offrendole a se stesse e ai bambini come tanti incipit da cui ripartire, piccoli e grandi esploratori del sonoro che il quotidiano nasconde; l&#8217;ascolto da parte dei bambini, che hanno alla fine raccontato un&#8217;altra fiaba, ovvero altri percorsi della fiaba a partire dalla sua narrazione tradizionale, e che per farlo hanno aperto le orecchie al racconto, e a se stessi, e a tutti gli altri che accanto a loro e con loro cercavano ogni volta il proprio suono; e l&#8217;ascolto infine da parte nostra, noi spettatori, chiamati a toccare con mano, anzi con &#8216;orecchio&#8217;, quanto soltanto la cura e il rigore, quanto solamente la tensione e l&#8217;attenzione possano portare a cercare e trovare nuove strade per nuove opere, che sia a partire dalla più antica delle fiabe o dalla più contemporanea delle storie. Di più, il nostro ascolto davanti a una dimostrazione di lavoro ci fa cogliere l&#8217;anima del lavoro stesso, con tutti i suoi punti di partenza, tutte le sue tappe e le sue domande, ciò che sarebbe buono e giusto poter fare di fronte a ogni creazione, riconoscendone le fasi, le direzioni, per non giudicarla più in base a chi ci sta dietro, ma in base al cosa, e ai perché, e alla cura e al rigore e all&#8217;ascolto dalle quali essa prenda le mosse.</p>
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		<title>Di: federica</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/e-tempo-di-saggi/comment-page-1/#comment-340</link>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2008 14:51:47 +0000</pubDate>
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		<description>La mia esperienza di lavoro di scrittura e teatro nelle scuole è ancora molto piccola. E parlare della scuola venendo dall&#039;esterno può essere delicato e arbitrario. Ciò di cui posso parlare è una sensazione: la sensazione che anche l&#039;incontro e la relazione tra ragazzi, insegnanti e &#039;esperti&#039; - nome bifronte che allude pericolosamente a un&#039;idea imperante di iperspecialismo ma che contiene in sé anche il rispetto per un sapere altro - diventino sempre più e sempre più spesso il riempitivo di un residuo di tempo di scuola da riempire, una richiesta quantitativa e produttiva più che una possibilità di apertura e di ascolto, e infine la conferma di un&#039;idea dello spettacolo e dell&#039;espressione di sé che non ha a che vedere con il farsi lento, semplice, sempre sorpreso e sorprendente che è proprio di ogni arte e tanto più del teatro, se questo, come giustamente cita Cira da Peter Brook, si occupa sempre della vita.
La scuola, inevitabilmente, riflette in piccolo la società che la ospita. E la scuola di oggi, come la società di oggi, possiede una grande ricchezza umana - quella della diversità e della multicultura -, ma possiede anche una grande povertà culturale, ovvero povertà di attenzione, di tempo, di curiosità, di tensione verso ciò che ancora non si sa e non si conosce, di cura dei principi di ogni tecnica e di ogni arte.
La mia sensazione, allora, è che chi porta il suo parziale sapere dell&#039;arte e del teatro nella scuola di oggi possa portarvi soprattutto se stesso, il suo percorso, il suo bagaglio più basico di pensieri e di materiali e di tecniche: portarvi il tempo, tutto il tempo che passa tra la concezione di un&#039;opera, lo studio e la sua creazione, portarvi il bisogno di senso e di bellezza che abia quel mondo parallelo e nello stesso tempo interno alla vita chiamato appunto &quot;teatro&quot;.
La mia sensazione è che la parola chiave nell&#039;incontro tra teatro e scuola, oggi, non possa essere che ASCOLTO. &quot;Ascolto&quot; dell&#039;incontro, prima di tutto: da parte degli insegnanti, che non possono chiedere agli artisti ciò che già sanno o che già si aspettano; da parte degli artisti, che cercheranno di volta in volta il giusto linguaggio per portare il teatro proprio - e perché no anche altrui- nella scuola che incontrano, e da parte dei ragazzi, che solo ripartendo dall&#039;ascolto potranno incontrare davvero l&#039;arte e il teatro e, soprattutto, continuare a desiderare quest&#039;incontro. Ripartire da uno sguardo sulle opere e sui linguaggi, come in un viaggio dove il centro non sia tanto l&#039;espressione di sé - sempre il sé, mai l&#039;altro... - quanto piuttosto il proprio sguardo sul mondo, il mondo fuori, il mondo dell&#039;arte, del teatro, un mondo dove ogni parola viene sempre dopo l&#039;ascolto, un lungo ascolto, e dove il guardare - forma attiva - viene sempre prima, molto prima, dell&#039;essere guardati.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La mia esperienza di lavoro di scrittura e teatro nelle scuole è ancora molto piccola. E parlare della scuola venendo dall&#8217;esterno può essere delicato e arbitrario. Ciò di cui posso parlare è una sensazione: la sensazione che anche l&#8217;incontro e la relazione tra ragazzi, insegnanti e &#8216;esperti&#8217; &#8211; nome bifronte che allude pericolosamente a un&#8217;idea imperante di iperspecialismo ma che contiene in sé anche il rispetto per un sapere altro &#8211; diventino sempre più e sempre più spesso il riempitivo di un residuo di tempo di scuola da riempire, una richiesta quantitativa e produttiva più che una possibilità di apertura e di ascolto, e infine la conferma di un&#8217;idea dello spettacolo e dell&#8217;espressione di sé che non ha a che vedere con il farsi lento, semplice, sempre sorpreso e sorprendente che è proprio di ogni arte e tanto più del teatro, se questo, come giustamente cita Cira da Peter Brook, si occupa sempre della vita.<br />
La scuola, inevitabilmente, riflette in piccolo la società che la ospita. E la scuola di oggi, come la società di oggi, possiede una grande ricchezza umana &#8211; quella della diversità e della multicultura -, ma possiede anche una grande povertà culturale, ovvero povertà di attenzione, di tempo, di curiosità, di tensione verso ciò che ancora non si sa e non si conosce, di cura dei principi di ogni tecnica e di ogni arte.<br />
La mia sensazione, allora, è che chi porta il suo parziale sapere dell&#8217;arte e del teatro nella scuola di oggi possa portarvi soprattutto se stesso, il suo percorso, il suo bagaglio più basico di pensieri e di materiali e di tecniche: portarvi il tempo, tutto il tempo che passa tra la concezione di un&#8217;opera, lo studio e la sua creazione, portarvi il bisogno di senso e di bellezza che abia quel mondo parallelo e nello stesso tempo interno alla vita chiamato appunto &#8220;teatro&#8221;.<br />
La mia sensazione è che la parola chiave nell&#8217;incontro tra teatro e scuola, oggi, non possa essere che ASCOLTO. &#8220;Ascolto&#8221; dell&#8217;incontro, prima di tutto: da parte degli insegnanti, che non possono chiedere agli artisti ciò che già sanno o che già si aspettano; da parte degli artisti, che cercheranno di volta in volta il giusto linguaggio per portare il teatro proprio &#8211; e perché no anche altrui- nella scuola che incontrano, e da parte dei ragazzi, che solo ripartendo dall&#8217;ascolto potranno incontrare davvero l&#8217;arte e il teatro e, soprattutto, continuare a desiderare quest&#8217;incontro. Ripartire da uno sguardo sulle opere e sui linguaggi, come in un viaggio dove il centro non sia tanto l&#8217;espressione di sé &#8211; sempre il sé, mai l&#8217;altro&#8230; &#8211; quanto piuttosto il proprio sguardo sul mondo, il mondo fuori, il mondo dell&#8217;arte, del teatro, un mondo dove ogni parola viene sempre dopo l&#8217;ascolto, un lungo ascolto, e dove il guardare &#8211; forma attiva &#8211; viene sempre prima, molto prima, dell&#8217;essere guardati.</p>
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