Prosa '09 10

EDIPO RE

EDIPO RE

domenica 28 marzo ore 21,00

Di: Sofocle
traduzione di Raul Montanari

Regia: Antonio Calenda

con Franco Braciaroli

…e Giancarlo Cortesi, Emanuele Fortunati, Gianfranco Quero, Alfonso Veneroso, Livio Bisignano, Tino Calabrò, Angelo Campolo, Oreste De Pasquale, Filippo De Toro, Luca Fiorino, Daniele Gonciaruk

Scene: Pier Paolo Bisleri
Musiche: Germano Mazzocchetti

Produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro de Gli Incamminati, Teatro di Messina

È con grande impegno che il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – assieme ai coproduttori del Teatro de gli Incamminati e del Teatro di Messina – si appresta ad affrontare, per la regia di Antonio Calenda, l’Edipo di Sofocle, uno dei testi fondamentali di tutta la cultura occidentale, i cui significati non cessano di riverberare, con sempre nuovi echi nel nostro presente.
Un progetto scenico che oltre ad aprire la nuova collaborazione con Messina, permette contemporaneamente all’Ente di proseguire la propria ricerca nel filone dei grandi classici (si ricorderà, alcune stagioni orsono l’imponente lavoro critico e artistico costruito attorno all’Orestea eschilea), e di continuare l’intenso e proficuo scambio con una struttura – quella del Teatro de Gli Incamminati – e con un protagonista della levatura di Franco Branciaroli, con cui sono stati già raggiunti importanti risultati con il recente allestimento di Vita di Galileo.
«In un mondo smarrito, minaccioso, delle cui ombre sentiamo costantemente l’incombere – commenta il regista – è emblematico rielaborare il percorso, dal buio verso la chiarezza che Edipo compie nella tragedia sofoclea: un percorso nella coscienza che allo stesso tempo è individuale, di intima analisi e collettivo, di grande profondità…».
Scritta probabilmente nel 430 a.C., la tragedia si incentra sul mito di Edipo, che dopo aver risolto gli enigmi della Sfinge ha ottenuto di regnare sulla città di Tebe e la mano della regina Giocasta, vedova del re Laio. Con lei concepisce quattro figli, Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene e potrebbe vivere felice, come sovrano giusto e padre amato. Ma il testo si apre in realtà su uno scenario cupo: la città di Tebe infatti è devastata da una violentissima pestilenza. Edipo si rivolge all’Oracolo di Delfi, nella speranza di poter ottenere qualche consiglio per accattivarsi il favore degli dei e salvare la città dall’epidemia. L’oracolo suggerisce di scoprire chi abbia ucciso il Re Laio, solo dopo aver fatto giustizia, la pace ritornerà a Tebe. Edipo dunque, si impegna subito ad indagare: ascolta il saggio e cieco Tiresia e altri, ignaro che sarà egli stesso la vittima di quelle ricerche. Si viene a conoscenza infatti che, per una serie di fatti complessi e imprevedibili, Edipo è figlio di Laio (e dunque sarebbe il suo giusto successore al trono) ma in seguito ad una lite sulla strada per Tebe è stato egli stesso a uccidere il genitore. Assassino del padre, sposo della propria madre e a sua volta padre di quattro frutti di un amore incestuoso… Edipo è sopraffatto da tali terribili rivelazioni e altresì deciso a sottomettersi alla più giusta punizione: sul cadavere della sfortunata Giocasta, suicidatasi nel comprendere il misfatto da lei commesso, si acceca. Sconterà il proprio gesto in un eterno esilio, che egli stesso aveva deciso per l’assassino di Laio. Abbandona dunque Tebe, affidando il regno ed i figli al cognato Creonte.
Il mito di Edipo, dopo la celebre versione sofoclea, è stato in ogni tempo oggetto di rivisitazioni, dall’età medievale, rinascimentale, moderna, suscitando un interesse che non ha conosciuto soste. Ma è la contemporaneità che – soprattutto a seguito della lettura freudiana – ha donato più di ogni altro momento storico al mito edipico una centralità assoluta, nell’ambito scientifico come in quello delle arti e in particolare della letterature, del teatro di prosa  musicale.
La vicenda di Edipo è infatti diventata il simbolo del legame dell’uomo verso i propri genitori un legame che si sviluppa fra gli opposti di amore e odio. Nel Novecento, il mito edipico diviene quasi archetipo di ogni dinamica drammaturgica del passato (lo si riconosce addirittura nell’Amleto di Shakespeare) e della scrittura coeva. Anche se Freud e la sua concezione psicoanalitica sono stati fortemente discussi, tuttavia hanno dato il La ad una serie di riflessioni in cui hanno trovato origine fondamentali momenti della storia della narrativa e del teatro europei: fra essi i lavori di von Hofmannsthal, di Cocteau di Gide e di Eliot, fino ad arrivare a Pasolini.

Bookmark and Share

One Response to “EDIPO RE”

  1. Branciaroli afferma nell’intervista presente nel sito che il problema di Edipo è quello del “figlicidio”. Il punto di vista psicanalitico di Calenda è quello freudiano, che considera il parricidio e l’incesto come colpe di una coscienza tragica che per Sofocle non era più imputabile al giudizio degli dei. Steso su un letto shakespeariano bordeaux, racchiuso ai lati dallo sfondo tipico della tragedia francese del Seicento, un “palais à volonté” con due grandi porte ad angolo che permettevano di scorgere gli altri attori che agivano dietro ad esse, questo Edipo uomo contemporaneo ha narrato il testo con uno stile argomentativo di forte “esistenzialismo” verbale. La sua giacca e i pantaloni grigi da filosofo moderno, contrastavano con il coro maschile di “tragoidoi” a petto nudo, che da dietro un sipario di tulle di reminiscenza simbolista, componevano dei bassorilievi mimici, accentuati dalla splendida ieraticità di Creonte in impermeabile. La voce crudele di Branciaroli ha estrinsecato la rabbia nera di Edipo, concentrando nei minuti movimenti delle mani tutta la vena accusatoria su cui si regge la fatica della tragedia. L’isteria vecchia di Tiresia, resa dalla stessa voce dell’attore, che si vezzeggiava a tratti come gli Shakespeare di Carmelo Bene, dialogizzava con i tormenti pasoliniani di una Giocasta travestita dalla regia di Calenda in una femme fatale sensuale. Le luci poste in alto all’interno della scatola scenica hanno puntato a dare una prospettiva fenomenologica alla scrittura di scena, a cui ha contribuito anche la presenza in scena di una figura muta seduta di spalle su una poltrona, come un confidente silenzioso a cui Branciaroli ha confessato le parole. Gli attori maschili del coro hanno ridato la vita agli antichi atleti greci, anche nell’interpretare all’unisono il personaggio del pastore che trovò Edipo abbandonato da Laio. Il suicidio di Giocasta è stato enunciato in modo straniato, mentre un coro di fauni spiava l’accecamento attraverso la trasparenza del siparietto di tulle nero, ed Edipo indossava un paio di occhiali da sole per dire che la sua voce se ne andava nel buio. La traduzione di Montanari è lineare e metaforica, perché il suo “Edipo Re” si conclude facendo recitare a Branciaroli: “per giudicare la vita aspettate la morte”.

Leave a Reply

You can use these XHTML tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>