Teatro scuola '09 10
FIABE ITALIANE
19 e 20 gennaio ore 10,00
Testo: Marina Allegri
Regia: Maurizio Bercini
con: Francesca Bizzarri e Dario Eduardo De Falco
scenografie: Maurizio Bercini e Donatello Galloni costruite nei laboratori di Cà Luogo d’Arte
pittore di scena: Patrizio Dall’Argine.
costumi: Patrizia Caggiati
musiche: Paolo Codognola
produzione: Cà luogo d’arte
“Le fiabe sono vere -scriveva Italo Calvino- sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita; sono il catalogo dei destini che possono darsi ad un uomo ed a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino: dalla nascita, che sovente porta in sé un auspicio e una condanna, alla giovinezza, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto fino a confermarsi come essere umano”.
E’ importante nutrirsi ed essere nutriti di fiabe. Sospendere, anche solo per poco, il chiaroscuro della realtà, per inoltrarsi in un bosco o in un palazzo fatato, vedendo le vite di ognuno rapite da amori fatati o sconvolte da terribili magie, messe alla prova da percorsi irti di ostacoli, verso felicità prigioniere di un incantesimo, assaporando “l’infinita possibilità di metamorfosi di tutto ciò che esiste”…
Così anche nelle vite dei popoli, che paiono fisse ed immutabili, tutto torna possibile: re giusti si rivelano persecutori, castelli coperti di rovi si risvegliano a nuova vita, i poveri diventano ricchi, gli ingiusti vengono puniti…
Fiabe, appunto…
In questo spettacolo abbiamo scelto di raccontare le fiabe del popolo italiano, fiabe raccolte con grande minuzia dal Nord al Sud, fiabe apparentemente tutte uguali, ma che hanno assorbito l’eco lontana dell’anima del popolo italiano raccontatore, gli odori del bosco e del mare, gli accenti di dialetti ormai perduti, profumo di povertà e di cibi diversi, mantenendo la passione e la speranza che si esprimeva nell’attitudine di “narrar fiabe”.
Due “raccontatori di italianità” si muovono nella scenografia di un’Italia in miniatura, che, come un grande flipper, si illumina a caso su una regione o una città, narrando fiabe italiane.
Sono molto simili le une alle altre, le fiabe italiane, nei passaggi obbligati per arrivare alla soluzione, nei motivi che cambiano semplicemente “tipo”, nelle morali finali. Sta infatti alla piccola e grande “arte italiana” di questi due raccontatori organizzarle, valorizzarle, tenendole unite col sottile filo della storia di un popolo che trasmette con queste fiabe il colore dei suoi luoghi, le sue fatiche, le sue speranze, il suo contenuto.
Quindi, di nuovo con Calvino:
“Chi sa quanto è raro costruire un sogno senza rifugiarsi nell’evasione, formarsi un’autocoscienza che non rifiuta l’invenzione di un destino; chi conosce la forza di una realtà che interamente esplode in fantasia, sa che miglior lezione, poetica e morale, le fiabe non potrebbero darci”





















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Dentro l’immagine finale di una coppia di figure popolari che discendono l’Italia sedute su i nostri avi si racchiude la rappresentazione di alcune delle fiabe scritte da Calvino. La vicenda siciliana di Colapesce che si perde nelle acque per cercare le ragioni dei pericoli della sua terra mi ha lasciata con l’ “acqua alla gola”, sopratutto per i suoi sottintesi alla recente frana di Messina, alla strage di Ustica e alla mafia. La brava attrice che interpretava più personaggi nella fiaba umbra di Giovannino Senzapaura ha spiegato di averla drammatizzata perché popolare è anche vincere la paura contro il Gigante attraverso la furbizia. Ricostruire scenicamente la storia di un ragazzo nato debole e reso forte perché immerso nel vino caldo con una calamita, che si trova a inventare la scusa di essere stato divorato da una pecora affinché anche il Gigante lo imiti nel farsi uscire le budella, è stato sicuramente difficile. Ma gli attori hanno inventato tanti oggetti, di cui fare dei piccoli espedienti per dare fiato alla storia. Lo studio dei vari dialetti regionali ha divertito tutti, sopratutto l’emiliano-romagnolo della principessa che si trova a dover sposare un principe dalla testa di maiale. Il filo rosso delle metamorfosi ha intrecciato anche i protagonisti della disavventura capitata ai cittadini piemontesi. Nello scoprire che chi rubava i loro beni era non altri che il loro conte, il quale indossava una maschera (chiamata dagli attori Sibillina)che per l’aspetto faunesco ricordava le Atellane e i Ludi Romani, gli abitanti come tante figurine da presepe illuminarono tutta l’Italia. La scenografia, infatti, consisteva nella figura di una grande Italia in legno compensato, con tante luci colorate che si accendevano e si spegnevano, come gli accenti della lingua parlata nei tanti luoghi abitati.
Le curiosità dei bambini erano tutte rivolte alla tecnica di manipolazione degli oggetti e dei pupazzi, alla scoperta degli artifici che avevano animato le parole e che, secondo la volontà espressa da Cira Santoro all’inizio dello spettacolo, dovrebbero stimolare il confronto con la scrittura di Calvino.
Spettacolo delizioso, per adulti e bambini. Adulti che ridono delle frequenti e sottili allusioni alla situazione di oggi, bambini eccitati dall’uso delle voci (una vera e propria giostra di dialetti e inflessioni regionali), degli oggetti (eccezionale il caffè che bolle sulla caffettiera-vesuvio)e delle luci da lunapark che stabiliscono di volta in volta quale fiaba narrare. Lo spettacolo è uno splendido modo per veicolare un classico come Calvino e con i suoi mille linguaggi abitua il bambino allo spettacolo teatrale a tutto tondo.