Stagione '08 '09
Hedda Gabler
10 – 11 febbraio, ore 21,00
di Henrik Ibsen
Regia di ELENA BUCCI
con la collaborazione di Marco Sgrosso
Progetto ed elaborazione drammaturgica di Elena Bucci e Marco Sgrosso
disegno luci Maurizio Viani – costumi Ursula Patzak
con
Elena Bucci, Maurizio Cardillo, Roberto Marinelli, Filippo Pagotto
Giovanna Randi, Marco Sgrosso, Elisabetta Vergani
Produzione CTB – Teatro Stabile di Brescia
In collaborazione con la Compagnia Le Belle Bandiere
Con il sostegno del Comune di Russi
Il rumore della folla mi spaventa…io non voglio trascinare la mia veste nel fango della vita, ma in abiti di festa aspettare il giorno dell’avvenire.
Henrik Ibsen
Siamo in un ambiente apparentemente tranquillo, una grande villa allestita secondo i canoni del paradiso borghese: agi, comodità, fiori recisi, il pianoforte, una collezione di pistole, un grande ritratto del padre di Hedda, il generale Gabler. Anche il paesaggio umano sembra confortante: una coppia appena sposata con un promettente futuro, una zia premurosa, un assiduo amico di famiglia, un uomo di genio che torna alla rispettabilità e al lavoro, dopo una vita dissipata, ispirato dalla dedizione di una donna. Ma nell’arco di tempo di due giorni, scopriamo che niente è quello che appare. I soldi non bastano, l’amore non c’è o viene eluso, si scatenano invidie e rivalità, tornano a bruciare passioni che sembravano domate dalla ragionevolezza e dal buon senso. Per ben due volte risuona la battuta ‘queste cose non si fanno’: non si dà scandalo, non si dice la verità, non si vive secondo il proprio sentire, non si incrina l’immagine del decoro.
Nell’allestimento di Elena Bucci, che ne è la protagonista insieme a Marco Sgrosso, lo spazio scenico cerca di fare sua la spietata sincerità del teatro: non c’è nessuno degli oggetti nominati, nessuna villa, nessun salotto. Ci sono otto sedie e, disegnati a terra, forme di quadrati concentrici che diventano labirinti, schemi di gioco, traiettorie per pedine, corridoi spalancati su un esterno che non si ha la forza di affrontare.
Nella noia spesso dichiarata che procura questa attesa sotto anestesia e senza gusto, la vitalità si rifugia nel gioco del ‘parlare’, distillato in partite crudeli che misurano il potere di uno sull’altro, secondo un codice raffinato ed ipocrita. I dialoghi, spesso a due, a volte a tre, sembrano svolgersi in una casa trasformata in elegante ring.
Questi personaggi, così vicini per immagine e modi alle vecchie fotografie dei nostri album, rivelano nel duello una dimensione che li avvicina per un attimo ai miti delle grandi tragedie o dei racconti popolari, ma si ritraggono poi nel momento dell’azione decisiva che li trasformerebbe, se non in eroi, almeno in protagonisti della loro stessa vita.
Ibsen, con intelligenza, consapevolezza ed ironia, riesce con grazia a farci sorridere, proprio mentre ci rivela che questa grande villa dove non c’è posto per la vita e non c’è posto per la morte, pur immaginata nel 1890, è ancora la nostra.





















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