Homo Turbae

direzione Claudia Castellucci
orchestrazione musicale Scott Gibbons
con Marco D’Agostin, Gloria Dorliguzzo, Rob Fordeyn, Antonella Guglielmi, Beatrice Mazzola, Benedetta Mazzotti, Andrea Sassoli, Marco Villani
Societas Raffaello Sanzio
Spettacolo fuori abbonamento

L’uomo della folla, dal famoso racconto di Edgar Allan Poe, aleggia come un’ombra in Homo Turbae, primo lavoro di Mòra, compagnia di ballo della Socìetas Raffaello Sanzio. Mòra deriva la sua esistenza dalle esperienze e dagli studi della Stoa, scuola sul movimento ritmico, fondata da Claudia Castellucci con intenti di ricerca pura.
L’uomo della folla è un racconto sull’osservazione della massa indistinta e amorfa che invade le città. All’improvviso la folla si manifesta come corpo unico, fantasma eterno, presente in ogni luogo. Questa folla è perenne, dall’inizio del Tempo: nuove persone si cedono, senza sosta, il posto. L’unico superstite di questa forza centrifuga è il genio maligno, nelle parole di Poe, il volto sempre uguale di un gorgo senza fondamento.

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One Response to “Homo Turbae”

  1. Il volto nero della massa senza tempo: Homo Turbae della Societas Raffaello Sanzio

    Prima la Stoa, scuola sul movimento, poi Mòra, “quello spazio di silenzio che è indispensabile per distinguere un ritmo”. Claudia Castellucci, co-fondatrice della Societas Raffaello Sanzio, procede per tappe e per creazioni e non si arresta: finita fisiologicamente un’esperienza, ne inizia un’altra, in cui le ricerche all’interno di quel calderone chiamato “ballo” si focalizzano ancor di più sul senso del ritmo. I protagonisti sono tutti danzatori professionisti (tranne uno che proviene dalla Stoa), scelti appositamente per il loro impianto classico. Dalla pura ricerca della Stoa, in cui era il non professionismo dei partecipanti a dare il “la” alle creazioni ritmiche del gruppo, si passa alla ricerca rivolta a scandagliare i movimenti classici per studiarne il senso profondo. Infatti nel primo spettacolo di Mòra sono riconoscibili da subito le dichiarazioni della poetica matura della Castellucci: si va alla scoperta delle forme della danza legate alla dimensione del tempo, elemento principe della partitura fisica intesa come disciplina ritmica per “atleti del tempo”, alla relazione tra metrica dei movimenti e metrica musicale, sviluppata attraverso gli arti inferiori, pistoni di quello strumento musicale chiamato corpo in cui il battere dei piedi diventa la relazione pura con il suolo, cassa di risonanza per eccellenza.
    In Homo Turbae, andato in scena il 9 dicembre al Teatro Testoni di Casalecchio, il nero e la folla fanno da collante all’intera rappresentazione: il colore compatto fascia tutto il palcoscenico e si muove insieme ai danzatori che, come metronomi, danno voce alla massa che Poe indaga nell’omonimo racconto da cui è tratto il titolo dello spettacolo. A dare misura al movimento è ovviamente la musica, tratta principalmente dall’opera per organo di Olivier Messiaen e integrata nei suoi passaggi dalla tessitura di Scott Gibbons. Non è un caso che sia proprio l’organo a sostenere i danzatori: lo strumento musicale più potente che la storia del pianeta abbia mai prodotto rappresenta un fiume che porta in sé tutti i registri, le altezze, i timbri, i volumi. Una totalità ritmica e timbrica che prende corpo, è davvero il caso di dirlo, in questa folla perenne che è l’umanità dal volto nero, quella che popola il mondo dall’inizio degli inizi e che continuamente viene rigenerata con il passare dei giorni, delle ore e delle epoche. Quella massa che non fa parte del mondo, ma è il mondo: quello apparso in sogno al professor Cockerell in un acquarello del 1848 in cui vi è una città che rispecchia tutte le città di tutte le epoche insieme, avida di voler incarnare l’intera umanità nell’intero arco della Storia, di voler rappresentare non solo i contenuti dell’esistenza umana ma racchiudere tutte le ere in un unico momento, cercare di fermare il tempo e con esso il ritmo, in un assoluto che sfiora il caos.

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