Stagione '09 '10

HOMO TURBAE

HOMO TURBAE

9 DICEMBRE 2009 ORE 21,00

Mòra
Compagnia di ballo della Societas Raffaello Sanzio
Diretta da Claudia Castellucci

orchestrazione musicale Scott Gibbons
collaborazione alle luci e ai costumi Romeo Castellucci
maestro di prove Eugenio Resta

con
Marco D’Agostin
Gloria Dorliguzzo
Rob Fordeyn
Antonella Guglielmi
Beatrice Mazzola
Benedetta Mazzotti
Andrea Sassoli
Marco Villani

Fonti:
Il suono dell’organo
Il ritmo delle onde marine

Ombre:
Il racconto L’uomo della folla di Edgar Allan Poe (1840)
l’acquerello Il sogno del Professore (1848) dell’architetto Charles Robert Cockerell
la filastrocca Old Abram Brown (1849) di cui si hanno tracce dalla città di Eldena, lungo la Illinois Central Railroad

In scena: Voi, ballerini, atleti del tempo; seguaci di una struttura spirituale, cui solo la metronomia del ritmo è adeguata a tentarne l’accesso; esperti di un’interpretazione essenziale, cui solo l’identificazione totale tra corpo e io esprime.

direzione di produzione: Gilda Biasini, Cosetta Nicolini
organizzazione: Valentina Bertolino, Silvia Bottiroli, Benedetta Briglia, Alba Pedrini
amministrazione: Michela Medri con Elisa Bruno, Simona Barducci
consulenza amministrativa: Massimiliano Coli

Produzione : Festival delle Colline Torinesi, Espace Malraux/Scène Nationale de Chambéry et de la Savoie, Théâtre de la Place/Liège–centre européen de création théâtrale et chorégraphique, Charleroi/Danses–centre chorégraphique de la Communauté française de Belgique, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Socìetas Raffaello Sanzio
In collaborazione con: Amat/Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Civitanova Danza,
Project CARTA BIANCA

Caratteristiche di Mòra
Mòra è una compagnia di ballo che nasce dopo le esperienze e gli studi della Stoa, la scuola sul movimento ritmico fondata da Claudia Castellucci, all’interno della Socìetas Raffaello Sanzio, con intenti di ricerca pura.
Mòra vuole portare a compimento una espressione di danza legata prevalentemente alla dimensione del tempo. La conseguenza più evidente di questa opzione è il legame metronomico con la musica, che stabilisce la misura per ogni movimento sulla scena. Artefici principali di questo legame sono gli arti inferiori, i quali, come pistoni di uno strumento musicale, hanno un contatto terreno costante, marcato dai battiti dei piedi. Il movimento più ricorrente del ballo è il salto, perché, pur muovendosi nello spazio, non si sposta, insistendo spesso sullo stesso punto.
Ciò che espressivamente caratterizza il ballo è una asciuttezza sentimentale che lascia il posto a un’apatia esteriore: i ballerini sono interpreti dei movimenti, perciò ogni moto interiore è affidato esclusivamente all’esattezza dei passi, tanto più efficaci, quanto più descrittivi e mimati.
Il ballo di Mòra è legato al tempo sia attraverso l’osservazione delle sue cadenze regolari, sia attraverso il caso, che irrompe nel tempo sconvolgendone la ripetizione, con la capacità di previsione. Il ballo è dunque attratto dalla doppia polarità del tempo: misura e caos, e vive in questa tensione.
Il ballerino ideale è un atleta del tempo, che conosce il ritmo e pratica molto bene passi canonici. L’alto tenore tecnico richiesto è la ragione per cui Claudia Castellucci ha incominciato un dialogo con il mondo classico della danza. Un altro elemento che caratterizza il ballo di Mòra è l’adozione di un tema, per la descrizione quasi mimata di un racconto. Benché questo non abbia un andamento narrativo vero e proprio, è tuttavia percepibile un discorso suddiviso in capitoli e paragrafi, di cui è possibile seguire il filo. Il ballo utilizza il filo del racconto come base per i suoi movimenti, base solida e gravata come la terra su cui appoggiano.

Il primo ballo di Mòra
Il racconto che Mòra prende a riferimento per il suo primo ballo è L’uomo della folla di Edgar Allan Poe, un racconto stupefacente sull’indistinzione della folla che pure si coagula in un tipo. La folla rimpalla e fa galleggiare la sua schiuma informe, ma questa si associa in un individuo che della folla è la quintessenza, senza che si riesca mai ad afferrare. E’ un’anima tenebrosa e losca, che proprio l’insieme fomenta, senza rendersene conto. Il tempo è il mago nero che, rendendo tutti uguali e sostituibili al suo cospetto, fa schiumare dall’infinito elenco di facce, la faccia di tutte le facce. In ogni riunione, da quella casuale, al raduno più innocente, ciò che emerge negli interstizi tra un individuo e un altro, ciò che riempie i buchi della folla, è uno spirito dell’abominio che allenta tutti gli ormeggi della responsabilità e che sfuma i contorni appellanti dei volti. Questa folla è eterna, dall’inizio del mondo; continuamente nuove persone si danno il cambio, nelle ore e nelle ere; ed è questa eternità, ed è questa quantità che annichila: è la percezione che la propria individuale esistenza fa parte di un sistema che da sempre la include, solo per poterla escludere, solo per passare ad altro.
La musica che forma e riveste ogni passo del ballo è tratta principalmente dall’opera per organo di Olivier Messiaen, ed è integrata, nei suoi passaggi, dalla tessitura di Scott Gibbons. L’organo è lo strumento musicale più potente che la storia del pianeta abbia mai prodotto. E’ un mantice che assume la quantità come onere e grido umani, dal vagito al barrito blasfemo. Ha in sé tutti i registri, le altezze i timbri, i volumi. Le sue note gravi raggiungono percezioni telluriche, mentre gli acuti sono strali minerali che si proiettano sulle stelle. L’opera geniale, possente, estremamente raffinata e folle di Messiaen ha preso dall’organo momenti di sospensione filamentosa e colossali scosse celesti.
Il ballo si staglia nel racconto di Poe e nella musica di Messiaen, allo stesso sonno, e alla stessa consapevolezza di una veglia estremamente dubbia.

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