Stagione '07 '08

II laboratorio d’arte dello spettatore

Si è svolto oggi, 13 dicembre, il secondo laboratorio d’arte dello spettatore con gli alunni della II BS del Liceo Leonardo Da Vinci di Casalecchio di Reno. Erano presenti all’incontro alcuni degli attori di Così è se vi pare. Ringraziamo Chiara Condrò, Marta Iagatti, Giorgia Coco, Marco Brinzi, Manuela De Meo e Andrea Corsi per la loro disponibilità, il loro entusiasmo e ci scusiamo con loro per l’alzataccia a cui li abbiamo costretti.

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L’incontro tra i giovani attori diretti da Massimo Castri in questa messa in scena pirandelliana e i giovani alunni del Liceo, è stato particolarmente ricco di spunti e ha fornito nuove chiavi di lettura al dramma pirandelliano. La riflessione è partita da due elementi risultati particolarmente interessanti: l’età anagrafica degli attori, decisamente inferiore a quella dei personaggi e la lettura grottesca del testo, che smonta la “teoria della follia” per lasciare spazio all’ambiguità di una famiglia che ha un terribile segreto da nascondere e che riesce a prendersi gioco di un’intera comunità, schiacciandola con la morbosità scatenata dal loro stesso segreto.

La discussione che si è aperta è stata molto vivace. Gli attori ci hanno confermato che questa famiglia ha un segreto, terribile e incestuoso, e che la differenza anagrafica tra attori e personaggi è stato utilizzata da Castri per raddoppiare e complicare la macchina della finzione su cui tutto il dramma è costruito.

Abbiamo la registrazione del laboratorio e forse, nei prossimi giorni, saremo in grado di mettere in formato audio, sul nostro blog, gli stralci più interessanti dell’incontro. Noi invece, ci fermiamo qui e invitiamo gli spettatori, tutti, ad aggiungere senso e domande, riflessioni e commenti…

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4 Responses to “II laboratorio d’arte dello spettatore”

  1. Quando Pirandello non è più “pirandelloso”. Punti e spunti dall’incontro con i ragazzi.

    Esiste un teatro che riporta per terra. Riporta il testo alla drammaturgia, riporta l’autore al suo essere personaggio vivo. Spesso l’arte drammatica, ci siamo passati quasi tutti, viene affrontata sui banchi di scuola a guisa di letteratura spicciola, se ne fa cioè un genere tra tanti della sperimentazione di una poetica d’autore al passo della poesia, del racconto e del romanzo. Nel momento tuttavia in cui i ragazzi a teatro veramente ci si trovano, immediatamente capiscono di essere di fronte a qualcosa di diverso. Un evento prima di tutto, per il quale hanno dovuto muoversi, incontrarsi, porsi in uno stato vigile inaspettato. Il teatro cioè viene intuito nel suo essere corpo, un’esperienza che più che essere letta deve essere conosciuta. Pirandello questo lo sapeva benissimo e se la sua grandezza continua a persistere non è per gli strapazzi di registi e imprenditori, che ne hanno fatto il regno della noia da un lato e carta di sicura entrata in botteghino dall’altro, ma per le sue potenzialità abitative e attualità intrinseca.
    La parola pirandelliana nasce e diviene a ridosso della scena, con le sue ombre e i suoi sottesi, è parola-azione, parola piena in cui dimorano infiniti e diversissimi mondi. Partire da queste consapevolezze significa la possibilità di riconsiderare l’opera pirandelliana come attuale sia nel messaggio sia nella restituzione scenica. Per fare questo, come hanno spiegato i giovani attori di Castri, è stato necessario scavare sull’umanità di Pirandello stesso, non autore austero e irraggiungibile, il “pirandelloso” appunto, ma persona come tante che nella sua arte ha trasportato un vissuto autobiografico preciso, la pazzia della moglie in primis.
    Discutendo con gli attori, Cira e l’insegnante, i ragazzi comprendono come la pazzia sia un tema oggi più che mai vicino su cui i media ci bombardano quotidianamente e a volte anche gratuitamente. Un esempio per tutti il delitto di Cogne. Ma anche la maschera, il primo elemento dello spettacolo fuori dall’ordinario che ha destato l’attenzione della classe, è materia del giorno. Togliersi la maschera è una cosa che non solo non si vuole fare ma che non si sa fare. Ancora non sappiamo come affrontare la verità.
    A questo punto i ragazzi vengono invitati a riflettere sulla struttura registica dello spettacolo e sulle trovate che più li hanno colpiti, nonché a suggerire collegamenti con le loro materie di studio. La festa, i costumi, i rimandi a “Uno, nessuno e centomila”, la ripetizione di un meccanismo che si apre e si chiude su se stesso, i momenti metateatrali, i richiami al vaudeville e alla commedia delle porte di Feydeau…sono cose queste per la maggior parte sconosciute e la curiosità comincia a crescere…Quanto ci avete messo a preparare lo spettacolo? Tre mesi, di cui uno a tavolino, per spulciare con il regista il testo, i personaggi e i loro perché. Come fa un attore a memorizzare quella gran quantità di battute? I modi sono diversi, spiegano i giovani, c’è chi usa l’immagine, chi ripete, chi agisce sul palco…Il teatro è lavoro duro. Anche questa è una novità per molti.
    Con tutti questi spunti che tuttavia ci hanno fatto comprendere quanto sia necessario che la conoscenza teatrale venga sempre più dalle scuole approfondita come disciplina e non come luogo comune, la chiacchierata si conclude così lasciando ai ragazzi la possibilità di utilizzarli per i prossimi spettacoli, per imparare a esercitare la propria visione in maniera critica, senza per questo rinunciare a divertirsi.

  2. la domanda che mi faccio è questa: riusciremo a trovare il modo x attivare una scrittura capace di rivelare la potenzialità connettiva della rete?
    + immediata + relazionale.
    Ottimo il report qui sopra ma dovremmo cercare il modo per far scattare il blog…
    eppure ce ne sono tanti di esempi, come questo ad Ivrea (un forum attivato su un Pasolini di Malosti) http://teatron.org/forum/viewthread.php?tid=110

  3. “NO TRESPASSING”

    Non oltrepassare il confine ( Orson Wells, Quarto potere ): non è possibile penetrare nella vita di un uomo e carpirne i segreti, l’essenza.
    Non oltrepassare: non è possibile entrare nel segreto della vita della signora Ponza, che è, allo stesso tempo, ciò che “pare” alla signora Frola e ciò che “pare” al signor Ponza e, per sé, nessuno dei due.
    Ma lei esiste e questo ci deve bastare; infatti la storia ricomincerà un’altra volta in un altro luogo, mentre il teatrino delle maschere continua a danzare, di nuovo risollevato nella sua leggerezza. Passato lo sconvolgimento del voler conoscere, del provare a togliersi le maschere, col rischio di avviarsi verso la pazzia, si può tornare a bearsi dei trastulli: corde civili per tutti e via con le danze.
    Quant’è attuale Pirandello! Le maschere rivelano, non nascondono, degli animali pronti a sbranare, a scarnificare le loro prede, voraci, ancorché impaurite, della vita degli altri, di ciò che scardina le certezze e mette inquietudine, in un gioco di curiosità malsana e paura del non conosciuto.
    La novella è scaturita dall’immagine di un sogno: un cortile angusto, che opprime e nasconde. Un segreto, un tabù, un dolore, al quale i protagonisti , ognuno per conto proprio, hanno attribuito un senso per continuare a vivere, interpretando ciascuno il proprio ruolo. Ma chi si prende gioco di chi? L’allegra combriccola festaiola in bianco e nero, che indaga e si vuol fare scherno delle stranezze della signora Frola e del signor Ponza con la fascia del lutto o viceversa?
    (esercizio di libera scrittura mio divertimento personale)

    INCONTRO CON LA COMPAGNIA DEGLI ATTORI: SINTESI DEI CONTENUTI

    La scelta della messa in scena in chiave farsesca.
    Si tratta di una precisa scelta del regista, che ha voluto valorizzare gli attori – giovani allievi della scuola di Alta Formazione … – intendendo, al contempo, proporre una lettura innovativa di un testo pirandelliano tra i più rappresentati ( evitare un “Pirandello pirandelloso”). L’operazione ha avuto il duplice obiettivo di rendere piacevole il testo, amplificando quegli elementi di commedia che, pure, pervadono l’opera dell’autore. E tuttavia la “leggerezza” non deve essere letta come esito di una semplificazione, ma , al contrario, è il frutto di un impegnativo lavoro di scavo sul testo.
    Il lavoro sugli attori da una parte ha avuto l’intento di nasconderne l’età ( sono tutti molto giovani ): di qui l’idea delle maschere; dall’altra doveva offrire al pubblico la possibilità di entrare in una dimensione non realistica.

    Il lavoro sul testo
    In circa un mese di studio a tavolino la compagnia ha cercato di analizzare quanto più a fondo l’opera, l’autore ed il contesto storico, mettendo in luce
    - la componente autobiografica, i fantasmi celati da Pirandello, le sue relazioni con le figure femminili, la pazzia della moglie, i segreti delle famiglie,
    - l’argomento attorno a cui ruota la novella è materia strana, una cosa oscura, probabilmente un incesto (la figlia della signora Frola ha una relazione col padre, di cui diventa la moglie), un tabù che fa paura; con parole stupende Pirandello parla dell’egoismo dell’amore, della ossessività, dell’amore “filtrato”, facendo intuire una complicità della madre, che ripete più volte:<>
    - l’idea della diversità: i signori Frola e Ponza sono forestieri, nuovi arrivati che non si riesce a comprendere, lontani dalla convenzionalità del gruppo borghese, per il quale ciò che non rientra negli schemi non si capisce e fa paura,
    - la pazzia, che all’epoca era appena rivelata e spaventava moltissimo e che non è tanto quella dei tre personaggi, quanto quella che prende il gruppo dei “normali”
    - l’attualità dei temi: la morbosità con cui, grazie ai media, alcuni fatti di cronaca catturano l’interesse del pubblico, che si lascia trascinare in un delirio fatto di curiosità e di paura.

    La struttura della messa in scena
    La rappresentazione inizia con una festa e termina con una festa: gli stessi personaggi, tutti con abiti in bianco e nero, danzano divertiti all’interno di una sala di una tipica casa borghese. Questa simmetria rimanda chiaramente alla circolarità : il testo si apre e, dopo l’evoluzione, si chiude ritornando su se stesso, come una macchina celibe. Non i singoli personaggi, ma il gruppo è protagonista dello sviluppo dell’azione.

    Le maschere e la festa
    La situazione della festa è chiaramente un’aggiunta al testo, utile a giustificare le maschere ed a collocare, dunque, i personaggi in una condizione di rilassatezza, di abbandono, una festa carnevalesca nella quale, anche grazie all’alcool, si possono sciogliere i freni inibitori e avventurarsi nel divertimento. Anche i costumi hanno una funzione fondamentale: l’uso del bianco e nero dei vestiti rimanda all’idea di un gruppo sociale molto conformista e depositario di certezze per il quale il mondo si divide in bianco e nero. Mentre alcuni attributi dell’abbigliamento, come i pompon o le losanghe, richiamano subito le maschere tradizionali. Si tratta dunque di un’operazione utile ad accentuare la percezione del gruppo che si vuole divertire a prendere in giro i “diversi”.
    La ricerca di risposte ai numerosi interrogativi sui nuovi vicini inizia come un gioco.
    Ad un primo livello le maschere servono a rendere subito l’idea di una festa nella quale ci si diverte, la situazione di confusione è appositamente voluta, le maschere indossate con disinvoltura fanno capire chiaramente che sotto ci sono delle persone per bene. In un secondo momento, man mano che il gioco va avanti, aprendo nuove domande e non dando risposte, le maschere vengono tolte e rivelano la componente animalesca del gruppo: il percorso dei “normali” parte da una situazione di leggerezza e, pian piano, conduce verso la follia, la perdita dei riferimenti, tanto che alla fine ci si può chiedere: ma chi sono i più crudeli? I componenti del gruppo o la signora Frola, che, insieme al signor Ponza, rimettono continuamente tutto in discussione? Quanto si divertono questi ultimi nel porre le loro esche?

    Metateatro
    Luci davanti alla scena, posizioni plastiche degli attori, applausi, entrate ed uscite dalle porte laterali (avrebbero dovuto essere sei ) rimandano alla “commedia delle porte”, un genere di intrattenimento molto in uso negli anni nei quali Pirandello scrisse il testo.

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