Il giardino dei ciliegi

Lunedì 18, martedì 19 febbraio, ore 21,00

Teatridithalia, Teatro dell’Elfo
IL GIARDINO DEI CILIEGI
di Anton Čechov
regia Ferdinando Bruni
con Ida Marinelli, Elio De Capitani, Ferdinando Bruni, Elena Russo Arman, Angelica Leo, Luca Toracca, Vittorio Attene, Cristina Crippa, Nivola Stravalaci, Corinna Agustoni, Fabiano Fantini, Edoardo Ribatto
musiche di Filippo Del Corno
eseguite da Sentieri Selvaggi
luci di Nando Frigerio
suono di Jean- Christophe Potvin
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Undici attori, mettono in gioco la coralità, la sensibilità e la maturità di un gruppo e delle sue singole personalità, nell’allestimento di questa commedia tratta da Anton Čechov, rarefatta, buffa e disperata che ha per protagonista il tempo e il suo trascorrere nella vita degli individui e del mondo.
Un’enorme tenuta che va alla malora, un frutteto che una volta all’anno, nel mese di maggio, si copre di fiori bianchi e diventa “giardino”, simbolo di rimpianti, speranze e sogni. Ogni anno il ciclo delle stagioni si compie, e ogni anno il giardino ritorna giovane, ricomincia la sua vita. A contemplare questo miracolo per l’ultima volta, riuniti nella grande casa dell’infanzia, i personaggi della commedia non possono che scorgere su di sé, ognuno nell’altro, i segni del tempo che passa, il miracolo che su di loro non si compie, l’approssimarsi di una resa dei conti col proprio destino. Così nell’arco di un’ultima estate, si compie una vicenda fatta di nulla, ma che attraverso il chiacchiericcio inconsistente che copre la disperazione, attraverso pause di silenzio da riempire subito di risate o di lacrime, lascia intrasentire “il ridacchiare del tempo, quel galoppo da padrone”, lascia intravedere la ferite della vita che se ne va “senza averla vissuta”.
Il regista Ferdinando Bruni, colloca i quattro atti del Giardino dei ciliegi in una specie di limbo, l’antica stanza dei bambini, che è simbolicamente punto di ritrovo per la famiglia di Ljuba, fra oggetti concreti, ma carichi di valenze evocative: la lavagna con l’alfabeto cirillico-europeo, i tabelloni illustrati per imparare il francese (la lingua dell’aristocrazia, la lingua dell’esilio), gli uccelli impagliati, prigionieri di una vita artificiale, oggetti che piano piano andranno sparendo, recidendo legami col passato, fragili e malati, lasciando spazio alla durezza impietosa del presente o alle utopie luminose del futuro. Con queste parole Ferdinando Bruni ci restituisce una sua chiave di lettura dell’opera:
“Lontane ormai tutte le possibili nostalgie per un mondo tramontato circa un secolo fa, madeleines che non evocano più nulla, tramontato il tetro impero oltre la cortina di ferro, siamo finalmente liberi di leggere questa pièce leggendaria senza le lenti deformanti della nostalgia o dell’ideologia. – ha ribadito ciò che aveva già segnato nelle note di regia – Il giardino dei ciliegi torna essere quello che : un’enorme tenuta che va alla malora, un tempo principale fonte di reddito della svagata famiglia di aristocratici decaduti che la possiede”.

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