Stagione '07 '08, Teatro Scuola '07 '08

Il teatro come palestra di cittadinanza attiva

Il teatro come palestra di cittadinanza attiva

Taniko, lo spettacolo di LiberaScenaEnsemble, programmato a Casalecchio, all’interno del progetto di rete INTERSCENARIO, in collaborazione con La Soffitta – Centro di Promozione Teatrale, ITC di San Lazzaro e Teatri di vita offre l’occasione per ragionare su un tema che ci sta molto a cuore: il teatro come palestra di cittadinanza attiva. Lo spettacolo, che può essere considerato un esempio di teatro forum, coinvolge direttamente il pubblico per sciogliere l’intreccio e trovare una soluzione finale del dramma. Gli attori, di fronte al nodo principale del dramma, chiedono al pubblico di intervenire, di prendere posizione, di assumersi delle responsabilità e fare una riflessione collettiva per raggiungere la soluzione migliore Di questi tempi di teledipendenza a senso unico e di democrazia mediatica, Taniko si pone come un bell’esempio di esercizio alla partecipazione, e poiché questo sito è nato (anche) come opportunità di partecipazione attiva per il pubblico, pensiamo di essere di fronte a un piacevole “corto circuito”. Ciò che viene comunicato (lo spettacolo) impone le stesse forme di ciò che lo comunica (il blog). La rete virtuale di spettatori in relazione a una rete di teatri. Il teatro come palestra di cittadinanza attiva, appunto.

Non pensate sia una buona occasione per riflettere sulle nuove forme di comunicazione teatrale e su un nuovo rapporto con il pubblico?

Lanciamo intanto due parole chiave, ma si accolgono suggerimenti: partecipazione e azione.

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27 Responses to “Il teatro come palestra di cittadinanza attiva”

  1. Carissima Cira ho letto il tuo post it e guardato anche i vari riferimenti aTaniko sul sito….E’ un tema particolarmente intrigante quello che si insinua tra teatro e partecipazione. Dallo studio dei due testi di Brecht e dal lavoro di sperimentazione sulla trama di Taniko che stiamo facendo con Roberto Gris, mi vengono in mente molte cose sul tema della partecipazione/teatro/educazione… Una sola però la accenno a mo’ di provocazione per chiacchierate future: nella finzione scenica si può tentare una regia in cui i ruoli e la partecipazione siano ben distribuite, e ci sia spazio -vero o fittizio- per interloquire e dissentire. Questo non significa che i luoghi di partecipazione così costruiti siano necessariamente luoghi di esercizio democratico, come si dice palestre, piuttosto se si attribuisce esplicitamente a questo esercizio ( sia nella finzione scenica del teatro forum, che in quella virtuale del blog), una funzione pedagogica, ( un’attribuzione che implica naturalmente un’assunzione di responsabilità ed un’intenzionalità esplicita ) l’impatto di questi percorsi potrebbe essere quello di educare alla partecipazione consapevole e attiva. La mia strana idea di questi tempi è che alcune tecniche teatrali siano utilizzate diffusamente e magistralmente fuori dai teatri, per mettere in scena spazi di finta democrazia. Proprio per questo credo che il teatro possa fare molto. Nell’esperienza di fruizione teatrale si esercita una coscienza figurale, la consapevolezza di essere davanti ad una finzione. Esercizio che di per sè è principio di autonomia critica e origine del dissenso…a presto Raffaella

  2. Cari lettori, 28/02/08

    Oggi ho visto Taniko, uno spettacolo che rappresenta l’unione la Legge, la Grande Legge Del Villaggio. Io e la mia classe abbiamo intrapreso un lungo viaggio molto simile alla storia di Taniko, infatti, io, personalmente ho avuto modo di essere coinvolto nella storia. Tutto è partito dalla mia maestra Raffaella che a inzio anno ha deciso di farci compiere questo cammino molto simile a codesto spettacolo. Per questo ho rivissuto una storia la storia di Noh. Gli attori sono riusciti ad avere una concentrazione tale da avere un gesto preciso praticamente alla perfezione. Infatti questo spettacolo mi ha colpito molto per quanto riguarda la precisione, la leggerezza, la concentrazione…Io appena finito lo spettacolo mi sono lette molte cosa su di esso e li proprio li dentro ho rivisto tutto lo spettacolo.

    Ringrazio tutti voi che avete letto la mia opinione su questo spettacolo grazie e a presto.

    P.S.
    Vorrei precisare che Noh è un tipo di teatro Giapponese fatto di maschere e noi abbiamo chiamato il villaggio Noh per questo mi sono rivisto dentro allo spettacolo perchè io leggermente diversamente avevo già vissuto gran parte della storia.

  3. Carissimi attori,
    la vostra interpretazione è stata magnifica. Io e la mia classe abbiamo già cominciato a fare un lavoro simile al rito della valle, e i nostri personaggi che il 28/2 interpretavamo, sono rimasti a bocca aperta di vedere la loro storia sul palco. A me piace molto recitare, e avrei un pò di domande da farvi: che cosa si prova a recitare personaggi così insoliti? Avete lavorato molto per costruire questo spettacolo? Che ne avete pensato della partecipazione del pubblico? Avrei anche qualche suggerimento da darvi, se a voi non dispiace. Consiglierei di articolare un pò di più la voce, perchè alcune frasi non si sentivano molto. Poi, se avete finito di parlare e c’è sotto la voce dei bambini che ridono, non cominciate subito a parlare, ma aspettate che il rumore sia finito, e se non finisce, potete fare gesti tipo chiudere i pugni… Comunque siete stati molto bravi, lo spettacolo è stato divertente, originale, buffo e affascinante. Complimentoni!

  4. Ieri ho visto tanikò. Sono rimasto molto colpito dallo spettacolo. Noi a scuola stiamo lavorando su un tema simile a quello dello spettacolo, quindi alcune scene mi sono piaciute particolarmente. La scena per il cambiamento della legge mi ha trovato d’accordo. Comunque dietro di me c’erano delle alunne della scuola malaguti, che avevano scambiato il teatro per un bar… quindi a me personalmente, non interessavano le loro opinioni. C’è un modo magari per farli stare zitti? Ci si può rivolgere direttamente alla maschera? Comunque grazie per avermi fatto assistere ad uno spettacolo così interessante.
    Buona giornata e cordiali saluti
    Matteo Daidone 5°a Scuola Elementare Piero Bertolini.

  5. Ieri ho visto Tanikò, mi è piaciuto molto tranne alcune scene con i bambini che si agitavano dietro gli attori e le attrici. Vorrei sapere come si potrebbe risolvere questo problema.Gli attrici hanno recitato molto bene, soprattutto Mazuaka. Il maestro e gli dei mi hanno colpito molto con i loro movimenti.

  6. sono un’ allieva della scuola primaria di Piero Bertolini, mi chiamo Agata. Ieri 28/02/08 ho visto lo spettacolo di Taniko, complimenti! I movimenti degli attori erano molto belli ed interessanti l’unica cosa che non mi è molto piaciuta è quando i bambini sono saliti sul palco, perchè c’era confusione in sala e non sentivo nulla… Anche la mia classe sta facendo un lavoro simile e sta seguendo la storia di Matsuwaka, siamo partiti dal nostro villaggio, Noh, per salvare i nostri genitori dalla malattia stiamo intrapprendendo un viaggio con ogni tanto delle tappe e delle prove per continuare il viaggio e se non le superiamo possiamo morire. Quando siamo venuti a vedervi eravamo nella città del teatro. La nostra classe ha già messo in scena 3 spettacoli di teatro negli anni passati ma quest’anno il lavoro è un po’ diverso…bellissimo, a presto! Agata

  7. Di fronte al teatro, oggi, ma vorrei dire anche di fronte alle altre forme dell’umana arte, una nuova domanda si fa strada: in che misura, e in che modalità, lo spettatore è ‘partecipe’ dell’opera?
    Taniko costringe lo spettatore ‘partecipativo’ a tornare alle origini della sua arte, ovvero a un tempo in cui il teatro era rappresentazione di una storia umana e collettiva ‘partecipata’ ed era quindi ‘partecipato’ sia da chi lo agiva, sulla scena, sia da chi ne diventava spettatore in quello stesso spazio, l’agora, dove quella stessa storia collettiva prendeva forma ogni giorno nella politica e nelle assemblee cittadine. Quel teatro originario non era un’assemblea, e non chiamava direttamente lo spettatore alla parola e all’azione. Lo chiamava, tuttavia, a un pensiero e a un’emozione ‘partecipati’ in quanto indotti da un’estasi, ovvero dalla possibilità di vedere rappresentato fuori di sé ciò che era anche dentro: dentro il proprio presente, la propria società, la propria famiglia, la propria anima di essere umano, il proprio ruolo di animale sociale. In questo modo, l’originaria arte del teatro diventava simbolo di ogni altra arte umana, che è sempre qualcosa di agito, e che è viva solo nel momento in cui è partecipata da un pubblico, e che è altresì agita da questo pubblico in una contemplazione estatica non per questo meno ‘attiva’ di chi l’arte la fa, e la crea.
    Che cosa significa, allora, partecipazione per chi guarda l’arte oggi, per chi guarda il teatro? Taniko risponde con la sua idea di un teatro forum per quel pubblico che è il più rappresentativo dei cambiamenti in atto rispetto alla fruizione dell’arte: quello dei bambini, ovvero quello dell’’infanzia’ di ogni umanità. Taniko trova una chiave per far ‘partecipare’, emozione e pensiero, i suoi giovani spettatori. E questa chiave è chiamarli all’azione trasformando il teatro in una piazza, un’agorà, un forum vero e proprio, e parte della drammaturgia in un’assemblea, dove ai giovani spettatori la domanda drammaturgica di base è presentata esplicitamente come politica, e essi sono chiamati a rispondere scegliendo e andando ad agire, sul palco. Quello che avviene rimanda così alle origini del teatro, ma nello stesso tempo le ribalta, perché ci dice che l’estasi di fronte all’arte è sempre meno possibile, nel senso che sempre meno induce, oggi, alla partecipazione. In quest’epoca in cui si è spettatori già in fasce, e spettatori non dell’arte, ma della tv e dei videogiochi; in quest’epoca in cui s’impara a essere spettatori passivi, spettatori di un non pensiero, di una non emozione, non si può essere più naturalmente capaci di decodificare l’arte come rappresentazione che ci parla, ci interpella e ci chiama anche se non ci chiede direttamente l’azione, anche se non ci dice ‘esplicitamente’ le sue connessioni con il nostro presente. Oggi, probabilmente, lo spettatore è ‘partecipe’ dell’opera d’arte, e quindi dell’opera teatrale, nella misura in cui questa lo chiama direttamente in causa, a completarla, a sceglierne i percorsi, a rispondere apertamente alle domande che questa pone. Oggi, probabilmente, la modalità non può più essere quella dell’estasi, di un ascolto che è attivo, partecipativo, per il semplice fatto di dover cercare la chiave d’accesso alla rappresentazione dell’artista e alle sue misteriose connessioni con il nostro presente, con le nostre emozioni e pensieri. E Taniko ha il merito artistico e filosofico di porci con forza di fronte a questa domanda, e a questa possibile risposta, fondamentali per chiunque si metta in gioco con la propria opera di umana arte, e di umano teatro, di fronte al pubblico vergine e contemporaneo dei bambini e dei ragazzi.

  8. Non ho visto lo spettacolo ma vedo nello scorrere di questo blog la vitalità di uno sguardo condiviso.
    E’ emblematico il fatto che anche dopo la condizione condivisa del teatro si possa ricreare nel web qualcosa di simile, riportandone l’eco dell’esperienza di spettatori. Sulla base di questa estensione del fenomeno teatrale, sostanzialmente inteso come opportunità di partecipazione e di empatia, si può arrivare a comprendere cosa possa significare “il teatro come palestra di cittadinanza attiva”.
    E’, nel suo piccolo, una proposta sia politica sia poetica su come si possa compiere una Società dell’Informazione.

  9. Rispondo a Matteo. Alle altre domande risponderà direttamente la compagnia. Hanno visto il blog e appena riescono a trovare una connessione, nei loro giri, mi hanno promesso che lo faranno.
    Caro Matteo, tu dici che c’erano dei ragazzi che avevano scambiato il teatro per un bar, e ci chiedi cosa si può fare in questi casi. Sicuramente le maschere possono aiutare, sono in sala anche per questo, ma credo che la prossima volta, tu possa esercitare la tua autorevolezza di spettatore attento (anche se bambino) per guardare negli occhi questi ragazzi e zittirli. Credo che sia un bel modo per esercitare insieme una responsabilità collettiva,di rispetto verso gli attori e verso gli altri spettatori. E poi…non ti pare che i ragazzi che parlavano erano un po’ come la metafora del “la cacca di topo nella scodella di riso” su cui la compagnia ci ha invitato a cambiare la grande legge?

  10. In effetti se la cacca di topo può rovinare un’intera padella di riso, e se chi non sa stare a teatro rovina lo spettacolo, io propongo più padelle, fare spettacoli per chi non è mai andato a teatro e spettacoli per tutti…per quello che riguarda lo zittire i rumorosi, sono d’accordo, lo farò!

  11. io sono d’accordo con Matteo, più padelle ci sono meglio è. Ma le maschere che sono in sala che stanno a fare? la penultima volta che sono stata a teatro una maschera aveva dato il permesso di mangiare le patatine. invece riguardo a Taniko mi è piaciuto molto le maschere e il modo in cui si muovevano gli dei probabilmente ripresi dal classico teatro noh giapponese.

  12. Cari miei, non è che ad essere intransigenti si creino comunità di persone che amano, finanziano, proteggono il teatro.Il problema della cultura, della buona educazione, del rispetto e quindi della partecipazione è uno di quelli che non dovreste cercare di risolvere mai sul quaderno di matematica, e nemmeno con qualche strategia affrettata. E’ un investimento a lungo termine, la strategia della lumaca. Per questo mi permetto di scrivere ancora. Le maschere fanno il loro lavoro, che non è quello dei cani da guardia…Piuttosto mi viene da domandarmi quale sia il mio ruolo, che sono un’insegnante, cosa devo fare affinchè i ragazzi stiano in teatro in un certo modo? Cosa possiamo fare perchè entrando ci si accorga di essere in un luogo antico, prezioso, oserei dire sacro?

  13. Salve a tutti!

    Sono Antonio Calone,il regista e co-autore di Tanikò.
    Sono entusiasta delle vostre reazioni e dei vostri commenti, trovo davvero magnifica l’attenzione e la partecipazione con le quali avete seguito il nostro lavoro, e considero estremamente interessanti le vostre considerazioni, i vostri consigli e le vostre critiche. Grazie mille per tutto questo!

    Per rispondere a qualche domanda: abbiamo lavorato allo spettacolo abbastanza a lungo, più di quanto si faccia nella media. Diciamo che il progetto ha visto la luce in un periodo di 6 mesi, basandosi su uno studio e su degli argomenti che ci interessavano già da tempo. Ancora adesso, dopo più di 60 repliche, continuiamo a fare dei cambiamenti per migliorarlo.

    A recitare dei personaggi così insoliti innanzitutto ci si diverte (magari gli attori poi risponderanno e diranno la loro) poi si cerca di costruire con attenzione dei dettagli e delle caratteristiche che conservando spontanteità e leggerezza siano coerenti con il senso generale del lavoro. In questo modo il pubblico resta attento e capisce senza annoiarsi… almeno questa è l’intenzione.

    Ad ogni modo abbiamo fatto tantissime prove, ed abbiamo inventato tante scene, molte di più di quelle che poi si vedono nello spettacolo (La vestizione di Matsuwaka da monaco Yamabushi, il suicidio del maestro, La formazione degli Yamabushi alla scalata e al combattimento…) , così da far “vivere” a questi personaggi tante situazioni, e renderli più “profondi”.

    La partecipazione del pubblico è al centro del progetto, sia nella riflessione e nelle idee del testo sia nella pratica in scena. Anche se è una cosa molto difficile da realizzare ogni volta in ogni tipo di teatro dove Taniko si rappresenta, è sempre bellissimo e interessantissimo incontrare i ragazzi, che sono così diversi in giro per l’Italia, e che portano al lavoro tantissime idee e tantissima energia. E soprattutto ogni volta trovano una soluzione giusta!

    La volontà del pubblico di partecipare e la sua capacità di riflettere e proporre in realtà hanno sorpassato le nostre aspettative. Ci siamo resi conto in questo modo che erano vere le nostre sensazioni di noia e di auto referenzialità in reazione ad alcuni spettacoli, in cui gli spettatori proprio non hanno niente da fare, né con lo spirito né con il corpo.

    Con Taniko in qualche modo abbiamo scelto di mettere da parte un teatro “Estetico” ed “Estatico” come hanno detto benissimo alcune insegnanti, a favore di un’esperienza sintetica, filosofica e partecipativa.
    Ma attenzione, questo succede sempre intorno ad una storia, una favola, quella di Matsuwaka, che viene raccontata. In questo modo si dà corda e spazio all’immaginazione, e riflettere insieme su una questione spinosissima come quella del binomio individuo-collettività diventa più facile.

    Per quanto riguarda la distrazione e la confusione causata da alcuni spettatori… Spesso negli spettacoli per ragazzi si tratta della norma… In Taniko la situazione può sembrare ancora più rischiosa, dal momento che si lascia molto spazio al pubblico… Però, sottolineando che è giusto quello che è stato scritto nei post precendeti, vorrei far riferimento anche a modi di fruizione degli spettacoli diversi dai nostri. In Oriente (India, Cina, Giappone…)in Africa, ma anche in Europa molto tempo fa, ci sono degli spettacoli molto popolari in cui il pubblico non sta seduto e zitto come alla messa, ma chiacchiera, va e viene, mangia e interviene nella storia urlando come succedeva nella sceneggiata napoletana, o anche a mio padre quando guarda i film western (Uccidilo! Spara adesso! Girati, non lo vedi che sta dietro di te! Corri!). Questo modo di fruizione ha molto a che fare con la natura dell’essere umano, e in particolare con l’aspetto “bambino” di ogni uomo.
    Insomma questo non è la stessa cosa che fare casino così gratuitamente o parlare al cellulare… è un paradosso, però pensiamo anche a questo. Sono sicuro che Nicola Laieta che è l’altro autore di Tanikò e che interpreta Nonnno Gioja, il dio della saggezza, potrà intervenire ancora meglio in questa questione.

    Per il momento mi fermo qui. So che c’è una classe che lavora sulla storia di Taniko… sarei curioso di saperne qualcosa in più. Ci raccontate un po’ questa esperienza?

    Un abbraccio,
    Antonio

  14. ciao a tutti io sono Nicola e ho lavorato con Antonio alla scrittura dello spetttacolo ed interpreto uno degli dei “Nonno GIOJA ” sono molto felice di poter chiacchierare con voi grazie a questa magnifica idea del blog.

    ringrazio tutti i bambini e i grandi per i complimenti sono molto contento che vi siano piaciuti tanto i movimenti degli dei e la sensazione di precisione che vi hanno dato.

    vorrei dirvi che quando si inventa un personaggio e i suoi movimenti è molto utlile partire dalla osservazione della realtà, di quello che vi sta intorno.
    poichè uno spettacolo è sempre in qualche modo lo specchio della vita degli uomini, più siamo bravi ad osservare quello che ci sta intorno più saremmo bravi a rappresentarlo a teatro.

    Lo sapevate che molti esercizi che gli attori fanno per migliorare i propri movimenti e la propria salute fisica sono stati copiati in antichità da alcune movenze degli animali?

    per fare si che i movimenti dei personaggi che ci inventiamo per il teatro siano precisi e leggeri,come ha detto qualcuno di voi, è necessario poi eseguirli seguendo un ritmo come se si stesse suonando uno strumento musicale, quando recitiamo in questo spettacolo noi attori cerchiamo di seguire sia il ritmo della musica sia quello degli attori che recitano insieme a noi sulla scena, e infine cerchiamo di accordarci alle reazioni e alla partecipazione del pubblico che sta vedendo lo spettacolo.

    recitare un personaggio può essere molto divertente, ance se impegnativo, attraverso la recitazione possiamo riuscire ad esprimere, giocando un particolare aspetto del nostro carattere, immaginando di essere una persona diversa da noi.
    Ad esempio per me è stato molto divertente immaginare di essere un dio anziano, un vecchietto, ho iniziato partendo dall’osservazione dei movimenti e dei comportamenti delle persone anziane che avevo conosciuto e poi ho continuato divertendomi a invetare delle battute e dei gesti che avevano senso per la storia di Matsuwaka.

    insomma non è facile spiegarsi in poche parole spero di aver soddisfatto qualche vostra curiosità.

    volevo ringraziare anche tutti gli interventi dei grandi le osservazioni fatte hanno espresso perfettamente gli intenti che ci hanno portato a realizzare questo spettacolo.

    mi piacerebbe parlare con più agio con gli insegnati poichè come
    si diceva nel primo intervento penso che il teatro forum “interattivo” possa essere un ottimo strumento pedagogico e di riflessione condivisa con i propri ragazzi su argomenti che riguardino direttamente i conflitti della convivenza sociale, come può essere la convivenza degli alunni e degli insegnanti di una scuola.

    per parlare infine dello scottante argomento dei disturbatori da bar.

    vorrei inanzitutto consigliare, per chi no lo consocesse, un libro che un importante filosofo francese Jean Luc Nancy ha scritto su i temi del giusto e dell’ingiusto proprio pensando di spiegarli ai bambini

    il libro edito da Feltrinelli si chiama appunto “il giusto e l’ingiusto”

    in questo libro nancy spiega che una buona maniera per affrontare il tema della giustizia deve partire da due concetti
    fondamentali e contrastanti l’uguaglianza e la diversità

    tutti gli spettatori hanno il diritto di poter seguire lo spettacolo, ma tutti gli spettatori sono diversi.

    nancy ci suggerisce che ciò che è veramente giusto e cercare di creare leggi e soluzioni che rispettino le necessità di tutti ,guardare lo spettacolo insieme ad esempio , ma rispettando pure la diversità di tutti.

    non è tanto importante la soluzione, che può cambiare nel tempo, e che siete proprio voi a dover trovare,
    ma il desiderio e la speranza di trovare una soluzione sempre migliore e sempre più giusta,per tutti e per ognuno,
    come noi tentiamo ogni volta che facciamo Taniko.

    Insomma è vero
    che un granello di cacca di topo può rovinare
    un intera padella di riso
    ma è anche vero che
    una sola padella di riso può sfamare un intera famiglia di topi.
    Ciao Nicola

  15. Carissimo Antonio Calone,Carissimo Nicola Laieta
    grazie per le risposte.
    Noi, quest’anno, insieme abbiamo intrapreso una storia:la storia di Noh, ha preso spunto dallo spettacolo di Taniko. Il lavoro di quest’anno è stato costruito in un’altra dimensione. Adesso vi spieghiamo.All’inizio dell’anno abbiamo incominciato la storia con l’invenzione dei personaggi, quindi ognuno di noi ha scelto diverese qualità che costituivano la propria figura. A questo punto Raffaella, l’insegnante, ha iniziato a costruire i suoi personaggi: l’insegnante di grammatica, lo Scrittore, Miss. Pigeon e L’Alchimista. Infine abbiamo creato un villaggio. Questo cammino è molto difficile da spiegare e raccontare. Vorremmo incontarvi e spiegarvi meglio a voce, per confrontare le due dimensioni che stiamo vivendo, perchè nel frattempo la storia va avanti e noi non sappiamo come andrà a finire…

    Grazie per le vostre risposte, siamo felici che abbiate avuto tempo e voglia per rispondere ai nostri quesiti.
    Questa idea del blog è stata molto gradita da noi spettatori. Il blog è riuscito a conquistare molti lettori perchè con la nostra e vostra partecipazione possiamo dire che l’idea dello spettacolo non è ancora finita. Quindi anche voi non sapete, da una certa dimensione, come finirà la vostra storia?! Che fine farà il vostro progetto? Sarebbe bello continuare a seguirvi…
    I ragazzi di Noh, Eso e Dippo /Enrico e Pietro

  16. Cara compagnia aldilà della questione della padella… ho trovato molto interessante il fatto di poter interagire direttamente con gli attori. Ma visto che non vi abbiamo più potuto chiedere alcune cose dal vivo (a causa dell’arrivo anticipato del pulmino), sono molto felice di avervi incontrato qui .
    Poi rispondo ad Antonio Calone aggiungendo cose che i miei due amici non hanno detto. Alcuni adulti del villaggio hanno preso una malattia: quella di non fare niente ed di essere sfaticati, senza speranza. Perciò i 22 ragazzi hanno deciso di partire alla ricerca dell’antidoto che possa salvare i loro genitori. Ma durante questo lavoro, in realtà facciamo scuola: scriviamo, facciamo grammatica… Io nella dimensione di Noh mi chiamo Ikkingut e sono un personaggio che crede di fare piacere facendo delle cose ma a dire il vero, sono un po’ come Matzuaka cioè dice una cosa che in realtà non pensa veramente. Quindi, anche il personaggio che uno crea ti fa imparare delle cose. Ad esempio il mio mi ha fatto imparare che, anche nella prima dimensione, di pensare cento volte prima di parlare, per evitare, poi, di restarci male.
    Matteo Daidone Classe 5°a Scuola Primaria Elementare Piero Bertolini.

  17. Buongiorno ragazzi, io sono Matzuaka e finalmente dopo lunghe camminate sono riuscito a trovare un computer per rispondere ai vostri attenti commenti.
    Sono veramente felice di questa idea del blog per comunicare le proprie sensazioni, dai vostri consigli e dalle vostre critiche possiamo migliorare indubbiamente il nostro lavoro sia attoriale che di regia e proprio per questo invece di rispondere direttamente alle vostre domande ho bisogno del vostro aiuto e quindi vi chiedo di rispondere ad alcune mie domande.
    Siete riusciti a seguire con facilità la storia di Matzuaka? Ci sono state parti che non avete ben capito durante lo spettacolo? E il disturbo è nato solo dalla confusione che si creava nel pubblico?
    Quali sensazioni avete provato durante lo spettacolo?
    Vi ringrazio anticipatamente tutti
    Un abbraccio
    Gloria.

  18. Mi pare che la discussione fatta fino a questo momento abbia messo in gioco tantissimi temi, dalle questioni filosofico-poetiche che sollevava Federica a questioni più pratiche come quella dello stare a teatro. Provo a estrapolare da queste discussione alcune parole chiave che credo ci possano aiutare ad approfondire e continuare questa discussione. Proviamo?

    Teatro
    Partecipazione
    Vero
    Finzione scenica
    Finzione virtuale
    Rito

  19. Vorrei solo aggiungere una cosa, rivolta ai ragazzi della VA: sapete che voi siete riusciti a fare una cosa che nè gli adulti, nè gli studenti delle scuole superiori o dell’Università riescono a fare? Siete diventati una comunità di spettatori e io sono molto fiera degli spettatori come voi. Grazie

    Cira

  20. rispondo a gloria: sì, siamo riusciti a capire fino in fondo la storia…. forse c’è un unico dubbio: avete deciso apposta sul fatto di fare due finali? secondo quello che ho visto il primo è quello che matzuaka muore, il secondo è quello che lui si ferma. ok? aspetto una risposta da parte sua
    matteo daidone

  21. Buongiorno Matteo, sono molto contenta di notare tanto interesse intorno allo spettacolo, questo è per me, ma penso di poter parlare a nome di tutti, uno stimolo per andare avanti e migliorare.. rispondo alla tua domanda sul doppio finale. Si, il doppio finale è voluto, anche se è strano parlare di due finali non credi? Forse il primo finale potrebbe essere visto come un episodio importante dal quale nascono degli aspetti ancora più importanti, come la discussione, la vostra partecipazione, la capacità di vedere gli eventi da un altro punto di vista e soprattutto la voglia di cambiare le cose che non ci sembrano giuste…Ma facciamo un passo indietro,. Nel primo finale noi riportiamo in scena quello che avverrebbe se si osservasse la grande legge in modo rigido, Matsuwaka accetta la legge e non potendo più proseguire il pellegrinaggio, decide di farsi uccidere perchè non vuole restare solo.
    Questa tragica decisione porta il Maestro a rifiutare il pellegrinaggio perchè si rende conto dell’ingiustizia della Grande Legge e resta pietrificato accanto al corpo del bambino. In questo momento nasce un conflitto che solo grazie al vostro aiuto si risolverà. gli Dei a questo punto vi coinvolgono all’interno della storia per trovare una soluzione diversa a quella presa dal piccolo monaco. Questo è esclusivamente possibile grazie a voi e da voi nasce il secondo finale. E’ grazie al vostro confronto che riusciamo a comprendere che forse la grande legge non è sbagliata ma incompleta. E’ grazie al vostro intervento che si capisce che la Grande legge può essere cambiata, non importa come ma può essere cambiata grazie all’impegno e alla volontà. Questo è il nostro compito da piccoli uomini. Spero di non essermi dilungata troppo e di aver risposto in modo chiaro alla tua domanda
    Un abbraccio
    Gloria

  22. Ok, grazie per avermi risposto!!! Avevo avuto molti dubbi. Ma lei me li ha tolti rispondendomi. forse mi sono venuti rendendomi conto che forse lo spettacolo era un pò intricato e perciò non si riusciva a seguire bene la lirica. comunque ti ringrazio infinitamente per avermi risposto e buona Pasqua!!!

  23. lirica?? raff

  24. Vorrei aggiungere particolari della storia di Noh, per togliere completamente il dubbio di Antonio. Nell’ altra dimensione, non siamo soli, ma dei nostri amici piccoli di seconda, ci accompagnano. Per superare molte tappe, bisognava fare prove, su italiano grammatica, ecc. Per fare esempi: arrivati ad un villaggio , Meloria, bisognava fare un testo descrittivo, che descriveva il paesaggio attorno a noi, e se non veniva bene, qualcuno veniva decapitato, e così in seguito usciva dalla dimensione di Noh.Anche a me piace molto l’idea del blog, per scambiare idee e ipotesi. Vorrei ora rivolgermi all’attore che ha interpretato il maestro di Mazuaka, per te era difficile rimanere in statua per tanto tempo? Cosa provavi? Che senzazione hai avuto quando hai mollato la tua posizione immobile? Lo chiedo perchè io e la mia classe, abbiamo fatto un lavoro simile, per l’intitolazione della nostra scuola, il 19/ 01, mentre arrivava gente, rimanevamo fermi per quaranta minuti, e alla fine si stava bene, ed eravamo rilassati. Vorrei chiudere infine salutando tutti con un bacio e un abbrraccio. aspetto risposte
    Novi Lucia

  25. Rispondo a Gloria,

    abbiamo letto le domande di Gloria, a cui vorremmo rispondere. Matteo Daidone ha affermato che noi non abbiamo capito la storia, ma forse questa è stata una sua impressione perchè noi stiamo lavorando da circa sei mesi su una trama molto simile alla vostra.
    Antonio Calone precedentemente ha scritto sul blog che la confusione nel teatro antico, era un segno di partecipazione da parte degli spettatori e delle spettatrici, ma noi abbiamo visto, durante lo spettacolo, che la confusione non era un sintomo di coinvolgimento ma ben sì un sintomo di discussione del pubblico. Le nostre sensazione sullo spettacolo, tranne alcune scene, sono state molto positive, perchè abbiamo visto che avete messo tutto l’impegno.
    Secondo voi quello che abbiamo scritto noi due sulla confusione è vero? Abbiamo ragione?
    Aspettiamo che voi possiate risponderci a presto
    Pietro ed Enrico.

  26. Ciao a tutti…

    Allora… il problema della confusione…
    Certo che avete ragione a dire che i ragazzi chiassosi vi hanno disturbato. Io volevo solo dire che il fatto di stare seduti in silenzio e con attenzione di fronte a uno spettacolo non è per niente scontato. Probabilmente non è una cosa “naturale” ma un atteggiamento che va ricercato, provocato, educato.
    Per Taniko ci siamo posti questo problema, e attraverso l’interattività con gli spettatori alternata alle scene più “tradizionali” riusciamo ad ottenere qualche risultato. Alcuni momenti di confusione in questo modo vengono trasformati in momenti di ragionamento collettivo e partecipazione.
    Poi ci sono quei momenti di confusione che danno fastidio e basta… Però può darsi che quei ragazzi, pian piano andando a teatro e confrontandosi con amici che fanno attenzione riusciranno a entrare nel meccanismo del “piacere di essere spettatori”.

    Voi cosa ne pensate? Pensate che andare a teatro e vedere uno spettacolo sia un rito che serve agli uomini? Pensate che la partecipazione del pubblico sia sempre necessaria? E in che modo essa può manifestarsi?

    Sarei contento di continuare questa discussione,
    Antonio Calone

  27. Caro Enrico e Pietro, mi intrometto per rendere pubblica la discussione che facciamo a scuola quando parliamo dello spettacolo, dell’andare a teatro,e di questo blog. Personalmente la suggestione che ci ha dato Antonio Calone mi ha molto colpito. Educare al teatro significa prima di tutto andarci, così come si è. Magari con qualche dose di buona educazione, ma anche questo è un tema che può essere coniugato in tanti modi…Poi ci sono ragazzi che non trovano molti momenti di confronto con gli altri, e forse anche il disturbo, è un segnale di partecipazione. magari non allo spettacolo…ad altro. Continuo a pensare che occorra riflettere prima, dopo e durante. E che sia compito dell’insegnante far sì che la riflessione sia possibile. Poi mi chiedo, e vi chiedo, se foste liberi di stare a teatro così come spesso mi dite state al cinema, come vi comportereste? E’ lo spettacolo a dovervi catturare così tanto da chiedervi il silenzio? Oppure è l’occasione, quindi anche il lavoro che c’è prima dell’evento, che crea un’atmosfera adeguata alla partecipazione? In parole povere se vi portassi a teatro senza dirvi nulla di quello che andremo a vedere, se non aveste fatto esperienza come attori, vivreste lo stesso fastidio per chi vi impedisce di ascoltare? Io non ho risposte, se non non vi farei delle domande. Quindi mi piace l’idea di continuare a pensarci.a presto

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