Audio, Habitat per la scena contemporanea 07
La Maria Zanella
Habitat per la scena contemporanea
in collaborazione con
Centro La Soffitta – Dipartimento Musica e Spettacolo
Università di Bologna
28 aprile 07, ore 21,00
Argot produzioni
Con Maria Paiato
Di Sergio Pierattini
Regia Maurizio Panici
Premio Associazione Nazionale Critici di Teatro
Premio UBU
Una casa che reca ancora sulla facciata i segni, la riga nera dell’alluvione in Polesine nel 1951. Il testo racconta le paure, le angosce e le malinconie vissute da Maria Zanella, costretta dalla sorella a vendere quella casa, rovinata dall’alluvione, dov’è nata e cresciuta e che è intrisa dei suoi ricordi. Maria riuscirà a dare un’originale risposta alle sue paure, quelle che l’assalgono di notte, e che sono quelle di tutti coloro che conoscono l’inesorabile dolore del distacco da ogni luogo
affettivo.
Ascolta l’intervista a Maria Paiato cliccando qui





















http://www.ertgiovani.com/j/
Le parole dell’autore
“Mi capitava da bambino di svegliarmi di notte e pensare…”Oddio…e se oggi dovesse morire mio padre…mio fratello…o addirittura il gatto? Si soffriva come cani. Poi uno si abitua anche perché con gli anni ti accorgevi che le infauste profezie purtroppo erano più che mai veritiere.Una delle mia angoscianti paure notturne riguardava e riguarda tutt’oggi la perdita della casa dove sono cresciuto, fenomeno che inesorabilmente dovrà prima o poi accadere, visto che paghiamo l’affitto e che le mie risorse economiche sono piuttosto scarse per pensare di acquistarla”. Sergio Pierattini
Le parole dell’attrice:
Con l’incoscienza della giovinezza, solo con quella, ho voltato le spalle al lavoro sicuro da ragioniera, ho lasciato il mio paese, la mia casa e la mia famiglia, e sono partita per la Capitale. Il giorno dell’esame di ammissione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico sentivo fuori, nell’atrio dell’Accademia, tutto un gran parlare di un tale Aldo Trionfo, di quanto era importante, dei suoi spettacoli bellissimi…istintivamente capii che era meglio tacere e ascoltare, perché questo mondo era veramente complicato e sconosciuto…
Quei tre anni d’Accademia sono stati fondamentali ho conosciuto, da vicino!! gli attori che avevo visto solo in televisione o al cinema del mio paese: Monica Vitti, Paolo Panelli, Gastone Moschin…e i registi degli spettacoli che avevo visto a Ferrara con l’abbonamento giovani al Teatro Comunale.
La mia carriera di spettatrice cominciò con uno spettacolo di Ibsen “L’anitra selvatica” di “uno” che si chiamava Ronconi…piuttosto difficile, non capivo un granché, ma la professoressa mi spiegò che era per via dello “straniamento”…Poi, sempre “di questo qui”, ne vidi uno bellissimo “L’uccellino azzurro”. Stupendo, pieno di colori, maschere di ogni tipo, voci bellissime, una du una donna in particolare che faceva il gatto…chi l’aveva chi l’avrebbe mai detto che sarei diventata l’allieva di questo regista pazzesco…e di Bolognini, quello dei film con Giannini e la Muti!
Apprendere, stupirsi, studiare, adattarsi, provare, pazienza, riprovare…le scene e riprovare anche nelle occasioni della vita. I primi lavoro da professionista sono stati con “La festa mobile”, la cooperativa teatrale che Pino Quartullo fondò con i suoi compagni d’accademia nell’83 e di cui ho fatto parte anch’io, quasi fin dall’inizio. Sono stati quattro anni di lavoro faticoso, intenso ed esaltante, ma non mi rendevo conto di quanto mi avrebbero fruttato poi…
Ho fatto da allora incontri importanti, alcuni meno, spettacoli belli e altri no…Tutto serve e talvolta sono quasi più orgogliosa delle esperienze difficili, di quelle che sul momento ho detestato…ripensandoci mi dà veramente l’idea di mattoni che uno accanto all’altro diventano una casa…magari un palazzo!
E ora che mi hanno chiesto di scrivere alcune righe biografiche (la produzione lo vuole!) vorrei dire che ripensare a tutto quello che è stato fin qui mi procura una sensazione di tenerezza e di soddisfazione…e che mi piace tanto la mia origine provinciale e contadina che mi ha sempre dato ottimi spunti e suggerimenti, soprattutto per quest’ultimo personaggio la Maria Zanella, scritto da Sergio Pierattini (con cui ho condiviso – anche se in classi diverse – l’esperienza dell’Accademia), e diretto da Maurizio Panici, un regista con cui ho un’intesa profonda e proficua.
La Maria Zanella è una piccola donna polesana con problemi psichici che non la rendono pericolosa ma solo struggentemente ingenua, un’eterna bambina…La Maria Zanella è fatta dei modi di fare di mia madre, di mio padre…Quando ho studiato questo monologo mi sono resa conto di quante cosa ho osservato e registrato da bambina guardando i miei parenti, ascoltando le donne che le sere d’estate parlavano di nascite e di lune , di ricordi di guerra, di aneddoti comici…
La Maria zanella è tutto questo e anche l’opportunità di fare “il teatro” con la musicalità poco conosciuta del Polesine, dei suoi argini che contengono il brontolio sommesso del Po, dell’orizzonte piatto delle campagne e del suo silenzio.
Maria Paiato
Una ritualità antica. Un teatro che arriva dalle radici del racconto, che crea comunità e condivisione. Forse, anche, catarsi.
La forza di Maria Zanella, sorta di sacerdotessa della Terra che offre il suo racconto a gambe aperte, è nella capacità di farti viaggiare in un tempo che non abbiamo conosciuto. Ma che ci portiamo dentro. Il tempo dei racconti davanti al fuoco. Il tempo dell’odio e dell’amore quando erano assoluti e l’unica distrazione era una lumaca bianca sull’argine del fiume. La Maria Zanella è sempre esistita. Ha cento e cento anni e parla mille lingue. Quel Polesine è grande come il mondo, e la sua piccola tragedia familiare è la Tragedia degli umani.
Le due Marie!
Si sente l’umidità lasciata dall’alluvione sul palcoscenico buio, vuoto, isolato, quasi claustrofobico: tre sole lampade che scendono basse e che seguono i tre soli spostamenti di Maria Zanella, polesana di mezz’età, figlia devota della sua terra e legata ai suoi tanti ricordi, rivissuti nelle e dalle parole, e a quella vecchia casa segnata dal passaggio dell’acqua. Sola, con i suoi sconnessi pensieri, le sue piccole paranoie, i suoi tic alienati scavati nel corpo infossato nella sedia, Maria Paiato non si alza mai se non nei momenti di buio per cambiare sedia e lampada. Come un montaggio, l’attrice veneta si avvicina alla ribalta quando prende confidenza con il pubblico, dopo aver raccontato le sue vicende e fatto rivivere, con sentiti flashbasck narrativi, gli eventi che l’hanno strappata dalla casa natia venduta dalla sorella. Con il suo corpo segnato, le parole dolorose, i discorsi prolissi, spesso confusi ma emotivamente lucidi, la Maria personaggio sprofonda incurvata sulle sedie, mentre la Maria attrice troneggia e esprime tutto l’esprimibile nei panni della ‘matta’ polesana. Sempre coerente a se stessa, padrona dei gesti e delle movenze imprevedibili e a volte schizzate del personaggio, Maria Paiato dà prova di essere una grandissima interprete. Senza esitazione si lascia trasportare dall’alluvione emotiva e nostalgica del passato del personaggio e colpisce senza esagerazioni né virtuosismi gli animi del pubblico, che simpatizza pietoso per lei e la compatisce fino all’ultimo tragico ricordo, in cui è la sorella a rimanere vittima del legame ossessivo della protagonista con la sua dimora, unica residenza possibile dei suoi mille, sconnessi, cerebrali, fantomatici ricordi.