Prosa '09 10, Stagione '09 '10

LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA

LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA

Sabato 10 aprile, ore 21,00

di Bernard- Marie Koltès
traduzione di Luca Scarlini

con Claudio Santamaria

musica originale Giuliano Sangiorgi
sassofono Raffaele Casarano

scene Carmine Guarino
opera installativa Loredana Longo
costumi Caterina Nardi
installazione sonora Giuliano Lombardo
assistente alla regia Daniela Perticarà

regia Juan Diego Puerta Lopez

Un monologo senza respiro, un’unica frase, un fiume dirompente di parole, un insieme di attimi che non lasciano scampo. Un uomo tenta di trattenere uno sconosciuto che ha abbordato per strada una sera in cui è solo, terribilmente solo.
Il protagonista errante di questo intenso soliloquio rovescia parole sul mondo, sul pubblico, mentre dal cielo cade incessante una pioggia carica di valenze simboliche. Una pioggia che annebbia i contorni, che rende liquidi i confini tra il sé e l’altro, che rende spasmodica e convulsa la sequenza dei ricordi.
Ed è così, in maniera confusa ed ossessiva, che il giovane uomo racconta la sua solitudine, il suo sentirsi straniero, diverso, esiliato, vagabondando di notte, alla ricerca di una camera. Struttura quel mondo notturno e visionario in un linguaggio privo di punteggiatura, fatto di parafrasi e ripetizioni, denso di rabbia e nostalgia.
La tensione drammatica si snoda attraverso aspri odori e sensazioni dolorose, creando un percorso emozionale in cui il protagonista diventa paradossalmente leggero, quasi impalpabile, e si perde. Si perde nella sua foresta, quella del lontano Nicaragua, idilliaco territorio senza eserciti né controllo. E ci porta con sé in un abbraccio a tratti molesto e a tratti tenero,  combattuto tra la sua difficoltà di essere e la sua smania di vivere.
La notte poco prima della foresta  venne rappresentato per la prima volta al Festival di Avignone nel 1977, da un Bernard- Maria Koltès allora ventottenne.
Juan Diego Puerta Lopez, regista e coreografo colombiano, è l’artefice di questo progetto drammaturgico che, perseguendo il suo percorso di ricerca teatrale, dirige un duttile Claudio Santamaria e si avvale di linguaggi multipli in grado di attraversare simultaneamente, come la pioggia del testo, aree emozionali diverse.

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One Response to “LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA”

  1. Arbusti di filo di ferro intrecciati a formare una trincea e massi bianchi come pietre dissestate sul palcoscenico hanno avvolto l’atmosfera spaziale di un Santamaria che ha dato sfogo a una solitudine generazionale, quella di un Koltès non ancora trentenne. La presenza di assi, per sostenere una luce al neon oppure quei due pendenti come delle grondaie dall’alto da cui far fuoriuscire della calce, hanno sostenuto un monologo che voleva farci guardare allo specchio. L’essere visti come maschere sociali nella Città francese ha testimoniato il disagio di un attore che cerca rifugio in una capanna in fondo alla foresta, dove travestire le pietre con l’odore di famiglia. Il lessico gergale reso dalla traduzione di Scarlini, ha chiuso ancor più stretto nel suo cappotto nero, un protagonista in cerca di un compagno a cui ispirare una nuova idea, che fa della denuncia della carenza di lavoro e di denaro, dell’assenza di peso in una società dove i ribelli si reggono sull’impalcatura, una ragione per fuggire in Nicaragua per associarsi con gli operai del posto a un sindacato su scala internazionale. La voce naturalistica francese, e quell’aspetto dell’intellettuale in lotta contro la prigione sociale, hanno fatto sentire l’eco anche di Genet, quando Koltès inneggia a farsi esecutore per la difesa dei delinquenti. Con pose a tratti penitenti, Santamaria ha ritratto la poesia sociologica del personaggio, spiegando la repulsione contro la borghesia francese, assopendo la testa sulla pietra, o salendoci su come sul podio di una tribuna per dichiarare di sentirsi straniero nella propria patria, e cercando l’origine nella strana luce della strada. La denuncia di fabbriche piene di strozzini ha lasciato lo spazio verbale a racconti d’amore in cui l’inseguimento di una compagna su un ponte può far presagire all’ immagine di una madre china sull’acqua, a cui dichiarare il rispetto per i propri ideali. L’interprete ha richiamato la propria anima da un recipiente roccioso illuminato dall’interno, su uno sfondo di luce azzurra, per poi ritornare , tra rumori di scena che sonorizzavano lo sbattere di catene, a svincolarsi tra le sue braccia, “lavandosi le mani” della moda imperante del logos francese degli anni ‘70. Koltès lascia al respiro dell’attore lo strumento per ingoiare la terra in tutto il suo realismo, e ai suoi gesti sottolineati come “colui che lanciò la prima pietra” tutto il peso di una sofferenza esistenziale che solo nella fratellanza di un lontano Nicaragua potrà essere sedata. A testa capovolta Santamaria ha tradotto l’aggressività contenuta in questa drammaturgia, lasciando nel finale la sua potenza alla percussione di quel muro di ferro in scena.

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