Un giorno a teatro

Abbiamo “approfittato” della presenza in teatro di una compagnia composta da immigrati di seconda generazione per organizzare un incontro con gli allievi della Scuola Media Malaguti di Crespellano, impegnati dal prossimo gennaio, in un importante progetto teatrale intorno alle parole chiave: intercultura, multiculturalità, diversità, accoglienza, integrazione.

In una sorta di rito iniziatico, abbiamo voluto dedicare la giornata del 17 dicembre a questa scuola, che oltre agli attori di Baraka, ha incontrato gli operatori coinvolti nel progetto intercultura: Lena Stefenson, regista e drammaturga svedese, Federica Iacobelli scrittrice, Pietro Annicchiarico videomaker, Elena Galeotti attrice.

La mattina è stata intensa e piena di stimoli: l’obiettivo che ci eravamo dati era quello di creare l’opportunità di un incontro “positivo” tra adolescenti e immigrati, instillare curiosità e magari un poco di autostima nei tanti ragazzi stranieri che compongono le classi coinvolte. Quest’ultimo punto era uno dei motori principali dell’incontro. Il teatro si è messo a disposizione per immaginare un futuro virtuoso. Un futuro in cui gli attori protagonisti hanno un aspetto diverso dalle solite facce bianche e patinate che si vedono in TV, in cui gli autori scavino in un’infanzia lontana per raccontare una fiaba, in cui i colori predominanti siano quelli del deserto che brucia la terra o della neve che la ricopre per molti mesi. Un futuro in cui le lingue si intrecciano e si riconoscono e si rispettano. Un futuro in cui gli stranieri arrivati dai paesi in via di sviluppo possano produrre arte e senso al pari degli italiani e degli stranieri arrivati dai paesi ricchi.

Due degli attori di Baraka, Muna e Ruwan sono in Italia sin dalla primissima infanzia, hanno studiato nelle scuole italiane (Ruwan frequenta ancora il V anno all’Istituto Tecnico Corni di Modena) e parlano un italiano perfetto, colorato dagli accenti delle città in cui sono cresciuti. Adesso stanno facendo un’esperienza professionale nel teatro. Per i ragazzini stranieri sono stati una bella carica. Per gli italiani motivo di sorpresa e di spiazzamento. Gli immigrati non sono solo quegli sfigati che non sanno parlare bene la nostra lingua e magari non possono fare altri mestieri che il criminale e lo spacciatore…

A gennaio questi ragazzi, che si chiamino Mario o Carlotta, Mustafa o Fatima, Jin o Cheng, Vlado o Svjetlana cominceranno un percorso più strutturato su questi temi e faranno teatro nella scuola con l’obiettivo di conoscersi meglio, raccontare se stessi e forse, trasformare la loro confusione, la loro rabbia, il loro razzismo, le loro frustrazioni. Buon lavoro ragazzi!

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8 Responses to “Un giorno a teatro”

  1. Una cosa mi ha colpito molto mentre facevo le riprese: anche i più riottosi tra i ragazzi delle terze, quelli “più difficili” anche per la delicata età che attraversano, si sono sedati quando sono apparsi i volti di Muna e Ruwan, ma specialmente quello spiritato di Aziz che intrepreta il musicista gnawa. Cosa è potuto accadere, dato che ai miracoli ormai è difficile credere? La sorpresa? Si, ma sorpresi di cosa? Forse di vedere che gli immigrati non lavano solo i vetri delle macchine dei loro genitori? O che persone che indossano abiti “non convenzionali” non sempre chiedono l’elemosina, ma come in questo caso, offrivano loro qualcosa? E cosa offrivano queste colorate ombre di un tempo-spazio indefinito? Una nascita complessa, quella di un bambino o di una bambina che non vuole svegliarsi e resta annuvolato nella pancia della mamma. Di fronte a questa semplice ma efficace rappresentazione si è ottenuto un “inspiegabile silenzio”, che non era silenzio indotto dall’autorità, bensì quello anelato da tutte le insegnanti, silenzio dovuto allo stupore, alla meraviglia, alla concentrazione. Poi vedere i “marocchi” sul palco, in alto, con le luci solo per loro e le scenografie e le musiche di altri spazi-luoghi-suoni-tempi non conosciuti, questo è davvero sorprendente per questi “poveri“ ragazzi abituati a sentire dal telegiornale che lo straniero è feccia, immondizia tra le immondizie, terrorista, tuttiugualiladriassassini. Un bel colpo all’immaginario, in solo dieci minuti di spettacolo, si è riusciti a spazzare via anni di costruzioni mediatiche del mito dell’immigrato-problema. Ma la strada è ancora in salita. L’immigrato, e io lo so perchè sono immigrato dal sud Italia, è una risorsa (e gli imprenditori lo sanno perchè li sfruttano; e i politici ne approfittano per colpire al bassoventre il loro elettorato). Una risorsa indispensabile per la crescita economica e culturale del nostro paese, che altrimenti rischierebbe di svanire dal panorama mondiale, con tutti i suoi pregiudizi bigotti e provinciali. Alle insegnanti, agli operatori e operatrici di questo progetto che ci accingiamo a realizzare dico: svegliamo quel bimbo che dorme nella pancia della mamma e facciamo si che veda la luce della realtà in cui vive: una realtà già multiculturale e variegata.
    grazie
    pietro

  2. La mattina di dicembre trascorsa con le classi del laboratorio è stato già un incontro tra culture: un incontro tra chi vive quotidianamente la scuola e chi invece non la vive; un confronto tra generazioni; e un primo incrocio tra modi diversi, anche per gli operatori stessi, di concepire e percepire il tema del percorso.
    Per me, si tratta di cominciare un viaggio al quale le parole siano porte. Parole abusate e prive di senso, il più delle volte. E delle quali si può, l’uno con l’altro, riscoprire la verità nascosta. Parole che, in una società che è ‘consumistica’ prima di essere ‘multiculturale’, sono diventate consumo esse stesse. Ciò che il nostro laboratorio non vuole essere. E ciò che questa mattina di dicembre, con i suoi momenti di scoperta e di aggregazione, di certo non è stata.
    «Voglio parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. L’argomento è vastissimo», ha scritto Tzvetan Todorov nell’incipit al suo capolavoro “La conquista dell’America”. E continuava: «Possiamo scoprire gli altri in noi stessi (..). Ma anche gli altri sono degli io: sono dei soggetti come io lo sono, che unicamente il mio punto di vista – per il quale tutti sono ‘laggiù’ mentre io sono ‘qui’ – separa e distingue realmente da me. Posso concepire questi altri come un’astrazione, (…) oppure come un gruppo sociale concreto al quale ‘noi’ non apparteniamo. Questo gruppo, a sua volta, può essere interno alla società: le donne per gli uomini, i ricchi per i poveri, i pazzi per i ‘normali’, (…) ovvero può consistere in un’altra società, (…) vicina o lontana».
    Così, all’inizio di questo viaggio con i ragazzi della scuola Malaguti, immagino che parlare dell’altro, e scoprire che esiste, significhi prima di tutto disporsi, tutti insieme, all’ascolto. Sia aprire le porte della nostra testa. Sia spalancare gli occhi. E in questo mondo che ci chiude in tante celle, e che ci fa dimenticare come ogni uomo sia essere pensante e amante, e prima di ogni cosa, provare ad ascoltare l’altro che ci sta di fronte. Che sia persona, parola, o cosa, o esperienza, o sentimento. O arte -
    grazie

  3. Ecco tag su cui lavorare: L’altro.

    Grazie Federica

  4. Ciao! Sono Lena, regista svedese e una delle pedagoghe di questo progetto. Vorrei aggiungere dei commenti dei ragazzi della scuola Malaguti, fatti durante i laboratori la mattina il 17 Dicembre quando abbiamo iniziato il nostro progetto. Per me sono commenti interessanti tutti quanti, riflettano bene cosa può pensare una persona giovane. La prima domanda…”Quando ti senti straniera/o?” l´ha fatto la pedagoga Elena Galleotti nel suo laboratorio, la seconda “Multicultura…?” l´ho fatto io. Se qualcuno vuole rispondere su questi commenti, mi darebbe piacere! Lascio parlare i ragazzi:

    Mi sento straniero/a quando:

    - sono all’ estero e non parlo la lingua

    - parlo con gli adulti

    - entro in un locale e tutti mi guardano

    - sono a scuola, quando sono fuori casa e quando mi prendono in giro

    - quando parlo

    -dopo le vacanze, quando devo tornare a scuola

    - sono con i miei genitori in giro per Bologna!

    - quando nessuno mi considera

    - quando c´è matematica a scuola

    - non conosco la lingua. In Italia mi sento straniero perché non capisco come si comportano gli altri.

    - quando mi escludono da un gruppo

    -le persone mi guardano male, quando vedono in me quello che loro non sono. Mi sento straniera quando nessuno mi parla. Mi sento straniera quando mi giudicano

    - sono dove non vorrei

    - mi sento esclusa dagli altri e quando non sono nel mio paese

    Io non mi sento straniera perché mi sento a mio ago dapertutto

    La Multicultura – cos´è secondo te? ….C´è qualcosa nella multicultura che ti interessa particolarmente, di cosa vuoi discutere?

    Persone di diverse culture…La musica

    Delle donne indiane con uomini africani che ballano ….Paesi esteri

    Inutile… Cacciarli a calci nel sedere a casa loro

    Un insieme di culture

    Inutile… No

    Caos, frizione, curiosità, communicazione difficile….Sfida collettiva

    Budda – Dio -Allah.

    Una classe multietnica…..Conoscere gli aspetti di altre tradizioni

    …..Conoscere persone nuove

    …..Razzismo

    ……Andare d´accordo

    …..Realtà sconosciute

    Tutte le culture del mondo, mi fa ricordare la scuola

    Multicultura = per me vuol dire molti colori

  5. http://it.youtube.com/watch?v=_U0gZGfeA8I

    qui sopra il link del promo del laboratorio sulle interculture

  6. per me il teatro è una cosa stupenda

  7. per me il teatro è una cosa stupenda , andateci

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