Prosa '09 10, Stagione '09 '10

LE NUVOLE

LE NUVOLE

5 e 6 marzo 2010, ore 21,00

LE NUVOLE
di ARISTOFANE
traduzione di Letizia Russo

regia di Antonio Latella

con (in o.  a.):
Marco Cacciola
Annibale Pavone
Maurizio Rippa
Massimiliano Speziani

scene e costumi di Annelisa Zaccheria
musiche di Franco Visioli
luci di Giorgio Cervesi Ripa
foto di Anna Bertozzi
aiuto regista Tommaso Tuzzoli

Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con Spoleto52 Festival dei 2 Mondi

LE NUVOLE DI ARISTOFANE, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, per la regia di Antonio Latella sta effettuando una lunga tournée italiana, dopo la prima assoluta dello scorso Luglio a SPOLETO 52 FESTIVAL DEI 2MONDI, dove Latella, ancora una volta, ha sorpreso il pubblico con la sua messinscena della celebre commedia classica.
Il regista – che, con questa, firma la sua tredicesima regia con lo Stabile umbro – ha liberato il testo da qualsiasi anche minima convenzione e se ne è appropriato, pur rispettandone la lettera e la vis satirica. L’estro e l’intelligenza dei suoi interpreti e dei suoi collaboratori hanno saputo esaltare questa lettura che, con lucidità, penetra nel nucleo dell’opera – quel contrasto tra vecchio e nuovo, tra rettitudine e disonestà, che Aristofane stigmatizza – e ne accende l’intatto potenziale di ironica e crudele provocazione.
La traduzione dal greco della commedia, inedita e pensata per questa messinscena, è firmata da Letizia Russo, che si è ispirata alla tradizione classica.
Gli interpreti sono (in o. a.):
Marco Cacciola, Annibale Pavone, Maurizio Rippa, Massimiliano Speziani.
Le scene e i costumi sono di Annelisa Zaccheria – qui alla decima collaborazione con Latella – che ci offre una traccia del suo lavoro sul testo: ”Nutrendomi delle atmosfere grafiche e surreali di Max Ernst, di quelle apocalittiche di McCarthy o ancestrali di Rondinone […] ho cercato di rappresentare soprattutto un’esperienza visiva.”.
Il suono e le musiche sono, come sempre, di Franco Visioli e, come sempre, l’ideazione delle luci è di Giorgio Cervesi Ripa.

COSÌ ANTONIO LATELLA, nei suoi appunti di lavoro sul testo di Aristofane:

“Il gioco del Teatro si moltiplica in questa commedia umana, la porta della conoscenza si è fatta minuscola, varcarla è impegnativo ma è dietro a quel cancello di velluto rosso che si imparano i trucchi della finzione, a bluffare sulla verità o a saperla riconoscere … “.

NEL 423 A. C., quando LE NUVOLE va in scena per la prima volta, Aristofane (presumibilmente, n. 450 – m. 388 a. C.) è un giovane commediografo già affermato che coglie con la nuova opera, forse, il suo successo più importante. Ancora oggi LE NUVOLE è la commedia antica più rappresentata, assieme a GLI UCCELLI, a LISISTRATA e a LE RANE, appartenenti alla maturità dell’Autore.
Il suo esordio era avvenuto circa quattro anni prima, quando Atene, sfiancata da una violenta epidemia di peste, era già nel pieno della guerra del Peloponneso. Le sue prime due commedie non ci sono pervenute ma ne conosciamo l’argomento e sappiamo che, fin dai suoi inizi, Aristofane calò la realtà contemporanea nel genere comico e, più di una volta, personaggi pubblici dell’epoca hanno agito nel suo teatro, fatti oggetto dal commediografo di una satira aggressiva e pragmatica. Il giovane Aristofane viveva il suo presente come decadenza dell’Età dell’Oro di Atene e contestava sia la politica della supremazia ad ogni costo, sia la filosofia e la poesia che si erano allontanate dalla tradizione e ricercavano nuovi metodi e nuovi linguaggi. Socrate, suo contemporaneo, anche se più grande di quasi vent’anni, è il personaggio centrale de LE NUVOLE, rappresentato come un vecchio stravagante, che parla da sofista ed è maestro di disonestà intellettuale.

L’involontario protagonismo di Socrate in questa commedia ha da sempre suscitato curiosità e divertimento nei lettori e negli spettatori. Non senza qualche vivace dissenso. Come quando, nel suo Dizionario Filosofico Portatile (1746), alla voce ATEO, ATEISMO, Voltaire sferra un violento attacco contro Aristofane:
“[…] Quell’uomo (che i commentatori ammirano perché era greco, senza pensare che era greco anche Socrate): Aristofane! Egli fu il primo che abituò gli ateniesi a considerare Socrate un ateo.
[…]
Egli preparò di lontano il veleno con cui giudici infami fecero morire l’uomo più virtuoso della Grecia.”.

Ma in un altro passaggio dei suoi appunti, Latella osserva e chiarisce:

“[…] Questa commedia antica non mette in scena un personaggio ma l’ICONA di un PERSONAGGIO, che ha nome SOCRATE, e il luogo che lo ospita, IL PENSATOIO, è il vero personaggio con il quale Strepsiade si deve confrontare: un luogo non luogo, uno spazio che ha porte da varcare ma non ha pareti, una stanza dove il Maestro può sospendersi nell’aria, lontano dalla banalità della forza di gravità; solo così può pensare, riflettere, creare, preparare discorsi giusti e ingiusti, un luogo dove l’inafferrabile diventa forma ma resta incomprensibile per il suo continuo mutare essenza. Il Pensatoio, vero protagonista che non è maschile né femminile, non può essere, come ironicamente Aristofane fa dire a Socrate, né pollastro né pollessa. […]”.

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One Response to “LE NUVOLE”

  1. Penso che il signor Antonio Latella sia il poeta della scena più innovativo di questo momento. La sua abilità nel farsi incarnare ogni volta dallo spirito del drammaturgo da lui scelto, lo equipara a un mastino che fa la guardia affinché il teatro non venga scambiato per malaffare. Mi scuso se faccio propendere l’ago della bilancia su questo spettacolo tra tutti quelli finora visti in codesto teatro, ma l’altra sera ho provato delle emozioni che solo il teatro antico sembrava in grado di dare nello scuotere lo spettatore parassita. Ritengo, infatti, che il regista sia stato capace di far frequentare la commedia di Aristofane trasmettendo, attraverso i suoi quattro attori, tutto il sarcasmo con cui il commediografo ateniese protestava contro la perdita degli ideali su cui si fonda tuttora l’idea di giustizia. Nel testo della commedia antica si poteva leggere dello scontro tra l’utopia come progetto fantastico in cui proiettare i propri ideali, e la realtà concretizzata nei vizi (o nelle virtù) dei cittadini; nello spettacolo di Latella questa diatriba è sfilata attraverso un carosello napoletano. La sonorità vernacolare di attori dalla maschera nuda incollata sul corpo di figure da fumetto, si è nascosta nel teatrino posto come una casetta al centro del palcoscenico, a indicare che quello era il pensatoio di Socrate. Ai lati del palco era visibile l’impalcatura con cui si operavano i cambi di scena per mezzo delle funi nell’antico teatro all’italiana (come un segno non premeditato che annuncia l’imminente, sigh!, ristrutturazione del teatro di Casalecchio), citazione scoperta dell’architettura teatrale riproposta anche nell’uso delle prime file di platea come spazio dell’azione, come sfida alle convenzioni permeate di passatismo. L’affabulazione della commedia si è incavata nella fisicità sudata degli interpreti, “atleti del cuore” che hanno reinterpretato con profonde vocalità le onompatopee aristofanesche, scavando con il muscolo di Totò dentro a un autore nei cui testi il logos si fa portatore della contraddizione tra bene e male. Le associazioni iperrealistiche di cui Aristofane si è servito per parodiare la filosofia del suo tempo, strumento di cui nella trama si serve il padre Strepsiade per liberarsi dai creditori, hanno pervaso l’invettiva scenica degli attori, manovratori a vista di pupazzi e pupi essi stessi, legame beffardo in una corsa contro la cialtroneria in cui può cadere il migliore raziocinio. La veste tragicomica del magma spettacolare di Latella, in cui i personaggi delle Nuvole divengono le dee dei moderni talk-show, ha fatto del travestismo il segno in cui la prossimità del realismo grottesco del regista e la distanza interpretativa della brava Letizia Russo si sono incrociati. Il vecchio Strepsiade si scontra con il figlio Fidippide, responsabile dei suoi debiti: entrambi sono trattati come “manichini d’esempio” di uno scontro generazionale in cui l’educazione di un padre deve decidere se seguire la tradizione (il Discorso Migliore) oppure le nuove filosofie (il Discorso Peggiore). Alla fine prevalgono queste ultime, nell’aspirazione di Strepsiade di servirsi di Socrate per diventare un abile parlatore. Bravissima artista la scenografa e costumista, perché ha saputo tradurre l’ironia macabra delle messinscene precedenti di Latella, sospendendo innumerevoli scheletri dalla graticcia, ognuno in una particolare postura, come i volti dei religiosi nella pittura napoletana. E questa voce cruda si è addolcita dalla presenza di un “en travesti”, un attore melanconico che indossava un attilata tuta nera da Pierrot che ha cantato la canzone popolare. L’impatto forte che per me ha avuto questa scrittura di scena, vista anche da molti alunni delle scuole superiori della città, è stato quello di un lungo (2 ore e 40) respiro, con cui ossigenarsi dai mali della politica del nostro tempo.

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