Pali
di Spiro Scimone
regia Francesco Sframeli
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Salvatore Arena, Gianluca Cesale
Compagnia Scimone Sframeli in collaborazione con Asti Teatro 31
La Bruciata, Senzamani, Il Nero e L’Altro, sono quattro personaggi emarginati che, con i loro pali, raccontano il vuoto, il disagio e le ingiustizie del nostro tempo, del nostro cattivo tempo.
Questi personaggi, per salvarsi da una società che puzza di egoismo, d’intolleranza e d’indifferenza, cercano e trovano rifugio sui pali.
Solo sui pali i loro occhi riescono a vedere quello che tanti occhi fanno finta di non vedere.
Solo sui pali ritrovano il piacere e il gusto di sentirsi liberi.
Solo sui pali possono urlare il loro malessere a tutti, anche al cielo. Senza perdere mai la speranza e la voglia di sognare.
I sogni che cercano di realizzare, creano atmosfere e situazioni surreali, che spesso ci fanno sorridere ma che tanto ci fanno pensare.






















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A volte basta poco, tre pali, uno sfondo che cambia colore e una grande desolazione. Una vedetta, due uomini in croce che guardano lontano e un semplice concetto da trasmettere: piuttosto crocifissi (impalati in questo caso) e senza nessuna intenzione di risorgere, perché sui pali si evita “la merda” che invade la terra e un cielo dietro le spalle può sembrare anche mare con un po’ di fantasia. I due ladroni scontano una pena volontaria, quella di evitare di vivere ai margini di una società che li ha resi schiavi. “Pali” di Spiro Scimone e Francesco Sfarmeli, salpati a Bologna al Teatro Testoni di Casalecchio subito dopo aver vinto il Premio Ubu 2009 come nuovo testo italiano, è uno spettacolo irruente, ripetitivo e terribilmente “assurdo”. Perché nella sua semplicità rappresenta non una resa, non solo una lucida analisi dei fatti, ma una risposta al marasma in cui affoga chi si lascia trascinare dalla corrente ferma.
Inossidabili messinesi, Scimone è il drammaturgo nonchè il personaggio Senzamani, che ha avuto il coraggio di alzare la testa e di lasciare la fabbrica in cui lavorava. Perché si chiama Senzamani è facile intuirlo. Poi c’è l’attore, quello versatile che incanta, è Francesco Sframeli, che interpreta la Bruciata, una donna. Poi entrano in scena il Nero e l’Altro, suonando come una banda o forse sono attori, o forse sono comici. Loro sono i due esterni a cui viene raccontato il senso dei pali. Sono Pozzo e Lucky, siamo noi. Una differenza sostanziale però esiste tra il testo di Beckett e quello dei due messinesi: “Aspettando Godot” è sinonimo di una situazione esistenziale in cui si aspetta un avvenimento che dà l’apparenza di essere imminente, ma che nella realtà non accade mai. Scimone e Sframeli invece non attendono più miglioramenti e non aspettano nessuno, se non raccontare la loro storia ai prossimi spettatori, che siano il Nero e l’Altro, membri di una banda o comici da strapazzo. La loro piccola rivoluzione l’hanno portata a termine: si sono fatti da parte, sono saliti sul Golgota e hanno deciso così di sacrificarsi per la causa: guardare il mondo dall’alto non per migliorarlo ma per osservarlo. Si sono rifugiati prendendo distanze e precauzioni, sull’aguzza scomodità dei pali, umili avamposti da cui iniziano a raccontare senza freni il loro dolore.