Prosa '09 10, Stagione '09 '10
PALI
26 febbraio ore 21,00
di Spiro Scimone
regia Francesco Sframeli
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Salvatore Arena, Gianluca Cesale
scene e costumi Lino Fiorito
disegno luci Beatrice Ficalbi
compagnia Scimone Sframeli in collaborazione con Asti Teatro 31
In scena ci sono tre pali. Sembrano proprio i pali di Gesù e dei due ladroni. Ma non sono i pali di Gesù e dei due ladroni. Semmai sono i pali de “La ricotta” di Pasolini. Sì, sembrano proprio i pali de “La ricotta” di Pasolini. E i personaggi che li abitano, perché i pali sono abitati, sono proprio fratelli di Stracci, il protagonista de “La ricotta” di Pasolini. Uno è uomo, ma interpreta una donna. La donna si chiama Bruciata. Prima non era bruciata e viveva a terra, accanto ai pali, dove lavorava. Poi un giorno l’hanno fatta diventare Bruciata ed è salita sul palo.
L’altro si chiama Senzamani e viene dalla fabbrica. Perché si chiama Senzamani è facile intuirlo, venendo dalla fabbrica. Da quando vive sul palo può tenere lo sguardo alto. In fabbrica non poteva mai tenere lo sguardo alto. Se teneva lo sguardo alto il capo gli faceva abbassare la testa. Invece dal palo può tenere lo sguardo alto e vedere cose che prima non vedeva.
Poi ci sono il Nero e l’Altro, che entrano suonando come una banda. Ma non sono una banda. Forse sono attori, forse sono comici. Il Nero è bravissimo a lavare i panni. Non solo i suoi panni, anche i panni degli altri. A lui piace lavare i panni degli altri. A lui piace fare le cose per gli altri. Ma finisce sempre che gli altri se ne approfittano. E non è bello che gli altri se ne approfittino.
L’Altro vuole far ridere la gente. Ma è sempre più faticoso far ridere la gente. Per far ridere la gente devi soffrire, star male. Di solito la gente gode se tu soffri. Ma Bruciata e Senzamani no, non godono se soffri e ti invitano a salire sui pali. Sui pali si sta bene. Ci si tiene lontani dalla merda che aumenta sulla terra. La merda è talmente tanta che ogni giorno rischi di ingoiarla, se apri la bocca. E tenerla chiusa è impossibile. Allora per poter aprire la bocca conviene andare sui pali, finché ce ne sono di liberi. Solo che sui pali ti devi proteggere con l’ombrello, perché c’è sempre cattivo tempo. E non sai cosa pioverà dal cielo.





















http://www.ertgiovani.com/j/
PALI è un bellissimo spettacolo.
All’uscita dal teatro una coppia commentava: ma che sto premio UBU che ha vinto sto spettacolo?
Una coppia di non addetti ai lavori, che però era rimasta incantata dallo spettacolo.
Perché, qual è la sua forza, la sua VERA forza?
Non la scena semplice efficace ed evocativa molto colorata con la formidabile presenza di tre PALI enigmatici quanto il monolito nero kubrickiano.
Non gli attori bravissimi di grande forza e presenza scenica.
Cosa allora?
La poesia.
La poesia che scaturisce da una scrittura beckettiana che attraverso ripetizioni, dialoghi assurdi, ma pieni di senso, cortocircuiti logici e linguistici folgoranti e geniali, racconta la fatica e l’insensatezza di un mondo senza Dio.
Un Dio continuamente evocato nel tormentone solo apparentemente più divertente dello spettacolo, ma che in realtà ne esprime l’essenza più angosciosa.
Ed è la poesia che dice il mistero indicibile della precarietà dell’esistenza, la lingua di chi per vedere più lontano sale sui PALI.
“Pali” è stato uno degli spettacoli più belli visti quest’anno.
La recitazione sottolinea chiaramente il bellissimo testo che volente o nolente ti entra dentro e si muove nell’anima.
Ritmi bechettiani spettacolari.
Bellissimi giochi di parole messe ad asciugare come panni su un filo.
Bello.
Proprio bello.
Qualcuno che ha davvero qualcosa da dire….
ed è un piacere profondo da ascoltare
Qualche annotazione sullo spettacolo qui:
http://www.arstuavitamea.com/atvm/arstuavitamea/pali-di-spiro-scimone-premio-ubu-2009/
Francesco Sframeli nell’intervista presente nel sito del teatro Testoni ha definito il teatro con le parole di Amleto: “Il teatro: ecco la trappola per catturare l’anima del re”. Come nella Trinità del Masaccio, della cui Crocifissione quattrocentesca lo scenografo sembra aver riprodotto l’iconografia teatrale a servizio della compagnia, gli artisti siciliani hanno riportato il tema del sacro sul piano della realtà terrena, ma a differenza del Rinascimento qui è la solitudine dell’uomo a divenire la protagonista. Lo sfondo del pannello dipinto a metà di rosa e a metà di blu, entro la cui cornice si sono incastonati due attori e tre pali, mi sono apparsi come lo sfondo metafisico in cui l’uomo civile si abbandona alla riflessione sulla azioni del suo quotidiano. La collinetta beckettiana sulla quale erano impiantati i pali era verde acido, dal quale tubo di colore sembravano essere usciti i personaggi: Sframeli alias la Bruciata indossava la parrucca e un paio di ciabatte rosse da casalinga senza-regione, e Scimone l’ autore del testo, alias Senzamani era appostato su un palo come un operaio infortunato senza la cassa integrazione,”loro” erano gli impalati del dovere; mentre i due animali da cortile a capo di una banda ancora legata alla terra, si chiamavano il Nero, dalla faccia dipinta come i vecchi attori bianchi che parodiavano il Nero dei Minstrel Show americani,e l’Altro, strimpellatore di tromba con l’ansia filosofica di non riuscire per una volta a fare l’uovo come la gallina. Il “dopo dramma” di Scimone, la sua drammaturgia individualizzata ripropone un teatro dell’assurdo in cui alla crisi della capacità rappresentativa contenuta nella dichiarazione di principi in corti periodi, l’Autore innesta il teatro di parola dell’eco pasoliniano. Il farsi schifo pur nel rispetto della gente, la depressione contro cui sospendere la nuvola di una barzelletta, lo sforzo divino con cui estrinsecare la propria immunità dal far fare l’uovo alla gallina, sono stati recitati con la voce nella gola di una Bruciata dal suo capriccio esistenziale (il lavoro e non solo), e con le schiene affaticate dalla stanchezza di chi porta la bacinella per lavare i panni degli altri, come il Nero… Secondo me in questo spettacolo il palo è risorto come simbolo, oggetto portatore del suo significato, torre in cui esiliarsi dall’egoismo indifferente della società, descritta come sostanza scatologica ingoiata “ad personam” e da cui librarsi salendo sul palo per potere aprire la bocca. Una polis dello sfratto, edificata come una palafitta bella come una nuova stanza asociale, da cui Scimone e Sframeli spiano il pensiero critico del popolo italiano (quello che usa la memoria per stendere la roba bagnata sui fili). La policromia della loro scrittura di scena, composta da un’azione comune vissuta come Gestus sociale, aderisce mimeticamente al disegno di luci folgoranti su cui puntare il trittico, per riempire di senso il soggetto e gli oggetti marcati dalle parole del dialogo. La concezione spaziale di erigere una palizzata intorno a cui ormeggiare le braccia delle proprie coscienze disorientate dal malessere mondiale, ripropone la questione cristologica di un Dio Padre, al quale gli interpreti chiedono un manuale d’uso per santificare la nostra esistenza. Nell’invitare gli spettatori che soffrono ridendo del loro ruolo di attori sociali, questo nido di uccelli meridionali chiama a raccolta l’altra metà del mondo, solo per guardare come aprire l’ombrello per ripararsi dal cattivo tempo.
Ho visto due beckettiani nell’arco di 24ore. Giovedì sera i Marcido Marcidorjs e venerdì sera Spiro. Senza nulla togliere ai primi- “Ma bisogna che il discorso si faccia” a me non è piaciuto nonostante un fantastico apparato visivo e un interessante lavoro sulla voce- la forza del testo di Pali, la capacità di essere beckettianamente alogico ma contemporaneamente grondante di senso e di poesia per me non ha paragoni. Mettere in scena Beckett o ispirarsi comunque a lui oggi non è facile. Diventa spesso lavoro intellettuale, ripiegamento su sè stessi e talvolta noia per lo spettatore. Spiro Scimone e Francesco Sframeli con la loro carica di espressività, con la loro sicilianità mai celata, lasciano agli spettatori tutt’altro. Li fanno sorridere, ridere, pensare. Anche amareggiare all’occorrenza. Alla fine dello spettacolo tra i saluti della gente, Francesco Sframeli, allegro come te lo aspetti e senza la parrucca nera di Bruciata, ai tuoi complimenti ti grida “Viva l’arte!”
A volte basta poco, tre pali, uno sfondo che cambia colore e una grande desolazione. Una vedetta, due uomini in croce che guardano lontano e un semplice concetto da trasmettere: piuttosto crocifissi (impalati in questo caso) e senza nessuna intenzione di risorgere, perché sui pali si evita “la merda” che invade la terra e un cielo dietro le spalle può sembrare anche mare con un po’ di fantasia. I due ladroni scontano una pena volontaria, quella di evitare di vivere ai margini di una società che li ha resi schiavi. “Pali” di Spiro Scimone e Francesco Sfarmeli, salpati a Bologna al Teatro Testoni di Casalecchio subito dopo aver vinto il Premio Ubu 2009 come nuovo testo italiano, è uno spettacolo irruente, ripetitivo e terribilmente “assurdo”. Perché nella sua semplicità rappresenta non una resa, non solo una lucida analisi dei fatti, ma una risposta al marasma in cui affoga chi si lascia trascinare dalla corrente ferma.
Inossidabili messinesi, Scimone è il drammaturgo nonchè il personaggio Senzamani, che ha avuto il coraggio di alzare la testa e di lasciare la fabbrica in cui lavorava. Perché si chiama Senzamani è facile intuirlo. Poi c’è l’attore, quello versatile che incanta, è Francesco Sframeli, che interpreta la Bruciata, una donna. Poi entrano in scena il Nero e l’Altro, suonando come una banda o forse sono attori, o forse sono comici. Loro sono i due esterni a cui viene raccontato il senso dei pali. Sono Pozzo e Lucky, siamo noi. Una differenza sostanziale però esiste tra il testo di Beckett e quello dei due messinesi: “Aspettando Godot” è sinonimo di una situazione esistenziale in cui si aspetta un avvenimento che dà l’apparenza di essere imminente, ma che nella realtà non accade mai. Scimone e Sframeli invece non attendono più miglioramenti e non aspettano nessuno, se non raccontare la loro storia ai prossimi spettatori, che siano il Nero e l’Altro, membri di una banda o comici da strapazzo. La loro piccola rivoluzione l’hanno portata a termine: si sono fatti da parte, sono saliti sul Golgota e hanno deciso così di sacrificarsi per la causa: guardare il mondo dall’alto non per migliorarlo ma per osservarlo. Si sono rifugiati prendendo distanze e precauzioni, sull’aguzza scomodità dei pali, umili avamposti da cui iniziano a raccontare senza freni il loro dolore.