Passaggio in India
11 e 12 novembre 2008, ore 21,00
di Santha Rama Rau
dal romanzo di Edward Morgan Forster
traduzione di Sandro Lombardi
drammaturgia Sandro Lombardi e Federico Tiezzi
regia Federico Tiezzi
scene Francesco Calcagnini
costumi Giovanna Buzzi, luci Roberto Innocenti
con (in ordine di apparizione)
Sandro Lombardi,Graziano Piazza, Giulia Lazzarini
Debora Zuin, Massimo Verdastro, Giovanni Franzoni,
Sandro Mabellini, Silvio Castiglioni, Daniele Bonaiuti,
Ciro Masella, Fabricio Christian Amansi,
Aleksandar Karlic, Andrea Carabelli
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Compagnia Sandro Lombardi
Mai rappresentato in Italia fino a oggi, Passaggio in India è l’adattamento teatrale compiuto da Santha Rama Rau alla fine degli anni Cinquanta dell’omonimo romanzo di Forster, risalente al 1924. Con questo titolo, Federico Tiezzi torna a uno dei suoi autori prediletti, dopo aver realizzato, proprio di questo romanzo, una serie di letture radiofoniche alcuni anni addietro.
Il romanzo di Forster segue le vicende di due donne inglesi, negli anni venti, che visitano l’India nella speranza di capirne gli usi e le complesse tradizioni: la loro amicizia con un giovane medico musulmano sarà la chiave dell’India… Sullo sfondo della modesta città di Chandrapore e della vita dei funzionari inglesi in India, Forster “mette in scena” le due opposte e complementari tensioni del medico Aziz e della ragazza inglese Adela Quested verso i rispettivi ambienti. Animati entrambi dalle migliori intenzioni, ma sfavoriti dai pregiudizi dei loro mondi, i due non riusciranno mai a incontrarsi veramente.
Il conflitto tra due società costrette a convivere nel clima alienato del colonialismo è colto da Forster con ironia e finezza di sentimenti profonda. La parabola è più che mai attuale oggi, in un tempo in cui, sempre più, tutti ci troviamo a convivere e a doverci confrontare con tradizioni e culture diverse dalla nostra.
Il centro drammatico dell’opera consiste in una gita alle grotte Marabar. Una volta dentro, al buio, in un calore soffocante, sola con Aziz, Adela si convince di aver subìto un’aggressione sessuale. Aziz viene accusato, imprigionato e infine processato. Durante il processo, Adela si rende conto che è stato tutto una sorta di allucinazione. Ritira l’accusa, nella disapprovazione generale degli inglesi, che la abbandonano a se stessa.
Il fatto contingente non è solo un’invenzione narrativa di grande efficacia, è anche simbolo di una vicenda interiore, a sua volta metafora di due visioni della vita. Da una parte la convenzione e dall’altra la libertà, da una parte l’intelletto dall’altra il cuore (ragione e sentimento?). L’urto di due mondi morali, messi a fuoco anche geograficamente e sociologicamente, oltre che psicologicamente, si conclude non con una ritrovata armonia ma col fallimento degli incontri: resta da parte di tutti un impetuoso sforzo per conoscere l’altrui sconosciuta identità: spirituale, morale, fisica, sociale.















L’India raccontata da Federico Tiezzi è scandita da luci che si accendono e si spengono, creando l’illusione dei fotogrammi cinematografici o facendoci ricordare i dagherrotipi. Le vicende si susseguono, così, come dei tableaux vivants, in cui i personaggi sono dei piccoli esseri umani che simili a pulviscoli, si incrociano e si trovano in conflitto all’interno di uno spazio sociale e geografico ben definiti. Sebbene il romanzo sia ambientato nel secolo scorso, allo scorcio del Novecento, Tiezzi ha deciso di optare per una sorta di universalizzazione della condizione indiana. Il video, per la maggior parte del tempo proiettato sullo sfondo, ci mostra un’India probabilmente attuale, dove la fissità della cinepresa riprende in maniera casuale i passanti che si trovano a imbattersi in quel pezzo di strada, così come nel film Smoke tratto dal romanzo di Paul Auster, Harvey Kietel poneva la sua macchina fotografica in un angolo di strada a New York e alla stessa ora, ogni giorno, fotografava le persone. In questo riadattamento di Tiezzi del romanzo di E.M. Forster, non c’è quindi solo un rimando alla grande letteratura, ma anche all’arte cinematografica e non a caso, il regista afferma di aver utilizzato come materiale di lavoro sia gli scritti che le riprese compiute da Moravia e Pasolini durante il loro viaggio in India. Tutti questi elementi riescono a attualizzare fortemente una problematica, quella dell’integrazione non risolta tra indiani e inglesi, convertendola in un monito, che ha anche un epilogo amaro.
Il primo commento è algido, glaciale: lo spettacolo trasmette poche emozioni e non risulta chiaro il messaggio (o i messaggi) che intende comunicare (incontro/scontro di culture e civiltà? pregiudizio verso il diverso? tensione verso il divino o la divinità, come sembrano suggerire il monologo di Mrs. Moore e la chiosa di Lombardi prima del balletto bolliwoodiano finale, molto lynchiano? la ricerca di sé nell’altro e tramite il diverso da sé?).
Lo spettacolo di Tiezzi ricorda molto da vicino i due precedenti – Gli uccelli (molto bello) e I giganti della montagna (baf…) -, estremizzando però le soluzioni sceniche ed interpretative di quest’ultimo: utilizzo di video e filmati proiettati, ermetismo e straniamento nella recitazione, momenti di buio che fungono da ellissi temporali (con gli attori che rimangono come paralizzati prima dell’azione): tutte queste scelte mi sembrano pregiudicare un’immediata fruibilità dello spettacolo e risultano quasi come vuoto artificio più che intrinsecamente necessarie.
Attori nel complesso molto bravi (”Lombardi ha un tono da professorino”, dici giustamente).
Momenti da ricordare: la grande cornice di quadro vuota presente in scena nella prima metà dello spettacolo; il risveglio dall’incubo di Mrs. Moore con i due attori immobili più distanti; l’eco e le sue conseguenze in Mrs. Moore.
L’ho visto stasera in teatro…
sono uscita arrabbiata, annoiata e senza applaudire!!!
Un regista deve fare spettacoli per un pubblico, che in genere ha una giornata pesante e spera di ottenere un po’ di magia da quelle due ore… e non è il caso di questo spettacolo!
Sarà che studio scenografia e regia da quattro anni, ma è una cosa orribile vedere attori che recitano e si muovono tipo burattini senza sapere perchè, che fanno movimenti insensati tipo alzarsi da una sedia, camminare un po’ a vuoto e risedersi su un’altra… odiosissimi i “siparietti” in cui si sentivano, dietro il fondale, i rumori di chi cambiava la scena dietro…
Mi consola una cosa… se gente del genere è riuscita a diventare regista o scenografo, allora anche per me c’è una possibilità.