Percorsi: Prosa '09 10
Tags: drammaturgia contemporanea, Face à face, Features
STABAT MATER FURIOSA
di Jean Pierre Siméon
11 febbraio 2010 ore 21,00
Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Fondazione Nuovi Mecenati
nell’ambito del progetto Face à Face
Parole di Francia in Italia/Paroles d’Italie en France
traduzione a cura di Chiara Gianlupi della Scuola di Interpreti e Traduttori di Forlì SSLMIT con la supervisione di Marie-Line Zucchiatti
mise en espace a cura di Marinella Manicardi
Protagonista è la madre di un giovane soldato morto in guerra. Stabat Mater Furiosa (2000) è il rifiuto di una donna, devastata, di capire perché l’uomo dichiara guerra. La sua voce è un grido per la vita; il grido di tutte le donne che capiscono che vita significa anche morte e non c’è bisogno di una spie-gazione per questo. Ma la guerra è una macchina inaccettabile, incredibile ed infernale. Porre fine a tutto quest’orrore, che sembra innaturale per l’uo¬mo, significa tornare indietro alle origini, indietro fino alla propria infanzia e di nuovo a quella dei nostri figli. Per vedere un giorno la fine della violenza che porta all’autodistruzione, ogni bambino deve capire che è nato con il sangue sulle mani. E così può esserci un barlume di speranza: grazie al soffio della vita, al suono delle parole e all’innocenza dei giorni felici. In collaborazione con
















Come una scultura preistorica somigliante alla Venere di Willendorf, Marinella Manicardi ha dato voce a una figura femminile il cui archetipo sembra essersi trascinato fino a questo XXI secolo. Il monologo di Siméon ha raccolto il pubblico presente alla preghiera di una madre al proprio figlio, sentito come un fratello a cui appellarsi di somigliare contro la rabbia di guerre che attraversano dai primordi dell’umanità il nostro tappeto di terra. L’attrice-oratrice, che ha dichiarato nell’incontro precedente la serata di aver concepito il testo come un discorso pubblico (precisamente come l’organizzazione retorica di un discorso), ha lavorato “faccia a faccia” con una traduttrice teatrale, la quale sempre nell’incontro tenutosi presso l’Alliance Française, ha descritto la legge dei contrasti contenuti nelle parole della pièce. E la Manicardi li ha tradotti con lucidità articolatoria, disegnando intorno al suo leggio la sagoma del “signore della guerra”, un mangiatore di tenebre che sembrava invadere il crescendo con cui l’attrice esprimeva sentenze di rabbia e dolore contro i crimini dell’umanità. La protagonista del testo di Siméon, ha ripercorso, come tutte le donne, i quadri della sua infanzia, per denunciare con più crudeltà lo sforzo che il muscolo del cuore deve fare per opporsi alle logiche di causa ed effetto che tracciano i segni dei conflitti. Una voce che fa sentire il rumore delle ossa di ogni violenza contro le donne, che coglie i frutti di una macchina da guerra colta nel divenire scenico del testo, come la formula nera da non tramandare al proprio figlio. Il respiro largo della Manicardi ha restituito sollenità a quelle volontà che si interrogano sull’ autoreferenzialità dell’atto performativo, a dimostrare che alla mise en espace di un’azione accorrono persone, come il traduttore per la scena, che arrichiscono le potenzialità del valore sociale di un reperto culturale. La speranza dell’attrice, messaggera di uno spartito che lega la coscienza francese al teatro italiano, è quella di immaginare, tra i ruomori percussivi degli spari registrati a Sarajevo, che nascano bambini stupidi, da allevare con il bastone che una volta piantato, riuscirà a far crescere arance.
Stabat mater furiosa è la preghiera di una madre, forse l’Umanità tutta, che implora il figlio di mettere fine a questa assurda macchina di dolore, antica quanto il mondo. E’ la storia di una madre che implora il figlio, il Signore della Guerra, di deporre le armi della sofferenza. Mitra, cannone, pistola, fucile…la madre battagliera le elenca ad una ad una, come a voler allontanare da sè, con la forza della voce e il pathos delle parole, gli oggetti del dolore. La preghiera nera non ci lascia indifferenti. Entra dentro di noi silenziosa con i sapienti vuoti e le riuscite pause della lettura di Marinella Maricardi, ci sconquassa e ci turba con i suoni degli spari di Sarajevo. Non è un invito a non mettere più al mondo bambini che possano diventare i carnefici del domani. E’ la voglia di credere che dall’Oggi ferito e macerato possa nascere un Domani diverso. Non è retorica. E’ speranza.