Teatro scuola '09 10

UN PAESE DI STELLE E SORRISI

UN PAESE DI STELLE E SORRISI

martedì 16 febbraio ore 10,00 e 12,00

di e con
Judith Moleko Wambongo e Victorine Mputu Liwoza
Produzione Teatro dell’Argine

Spettacolo vincitore Premio SCENARIOinfanzia 2008

Compagnia Mosika

Fascia d’età: 8- 10 anni
Tecnica utilizzata: teatro d’attore
Dura : 60 minuti

Questa è la storia di una madre africana che parte dal proprio paese, il Congo, lasciando tutti gli affetti, i genitori, i fratelli, i cugini, ma soprattutto la figlia.
Questa è la storia di una figlia che resta nel proprio paese sognando di poter raggiungere sua madre. Due donne: una racconta lo sradicamento e le difficoltà incontrate in un paese tanto diverso dal proprio per cultura e tradizioni; l’altra racconta l’impossibilità di vivere in un luogo devastato dalle guerre, dalla fame e dalla povertà. Due figure femminili per parlare del valore incancellabile degli affetti familiari. Attraverso missive che viaggiano come aeroplanini di carta e note di canzoni popolari africane capaci di evocare un mondo solo all’apparenza lontano, si dipana una minuscola storia che ha al proprio centro i grandi sentimenti della perdita e dell’attesa. Una storia che prova a raccontare con discrezione la forza straordinaria di un legame vissuto “da lontano”.

Motivazione della giuria
Una storia di immigrazione che parla di un legame d’affetto spezzato e vissuto da una madre e da una figlia lontane, fra paesi, lingue, suoni e suggestioni diversamente colorati e
distanti. Un paese di stelle e sorrisi costruisce sulla scena uno spazio essenziale che, attraverso elementi semplici e immagini fortemente evocative, racconta piccoli episodi di una vicenda privata che si rivela universale, toccando l’archetipo dell’allontanamento e della separazione. Affidata a un gioco scenico ricco di invenzioni dal contenuto intensamente metaforico e dal forte impatto emotivo, la drammaturgia diventa veicolo di scenari attraversati da guerre e distruzioni, conservando la luminosità di una storia affettiva che si fa paradigma antiretorico della contemporaneità.

Recensione
«Una storia di immigrazione che parla di un legame d’affetto spezzato…»: così iniziava la motivazione della giuria che proclamava vincitore del Premio Scenario Infanzia 2008 Un paese di stelle e sorrisi evidenziando come attraverso elementi semplici e immagini fortemente evocative lo spettacolo riuscisse a toccare «l’archetipo dell’allontanamento». E quella «luminosità di una storia affettiva» che rivela echi universali attraversa ora tutta la creazione della Compagnia Mosika (lontananza in lingua lingala, uno degli idiomi del Congo). Molto brave le autrici/ attrici Victorine Mputu Liwoza e Judith Moleko Wambongo, rispettivamente nel ruolo di madre e di figlia, coinvolgente l’accordo comune nei ritmi, i passi di danza, la lingua d’origine, echi di tenerezza e nostalgia. I gesti del lavoro che cadenzano ancora i giochi della figlia devono passare ora a lei, Judith, ancora così giovane: un passaggio simbolico, mentre la madre decide di partire. Una lettera dello zio la invitava a raggiungerlo in Italia. Tante allora le raccomandazioni per la figlia: curare la nonna, scriverle spesso, e studiare, studiare, studiare, quella l’unica forma del vero riscatto. Il loro paese, in quell’Africa difficile, è ricco di stelle e sorrisi «ma sa essere anche molto crudele». Le lingue si mescolano mentre si passa dal racconto distaccato all’espressione più scoperta dei sentimenti, delle emozioni. Lettere/ aeroplanini di carta che volano dall’una all’altra. Scritture danzate nell’aria. La madre racconta della neve, Judith della guerra, tanti soldati nelle strade, case crollate, macerie: esplodono i palloncini evocando gli spari. Studi paralleli, la madre per imparare l’italiano, la figlia il francese. Non è facile risparmiare in quell’Europa che pure Judith continua a sognare. Forse la madre ha dimenticato le tante promesse fatte partendo? Volti di malinconia, occhi di tristezza… fino a quell’abbraccio finale e nuove danze – e applausi.

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10 Responses to “UN PAESE DI STELLE E SORRISI”

  1. Vincitore del Premio Scenario Infanzia 2009, Un paese di stelle e sorrisi, è la storia di un viaggio, è una storia di distacco e lontananza. Dal paese dove il cielo è pieno di stelle e la gente ci sorride nella calda e lontana Africa all’Europa, lampada magica che se hai fame ti dà da mangiare, se hai sete di dà da bere, ecco il viaggio di una madre (Victorine Mputu Liwoza) che lascia la figlia (Judith Maleko Wambongo) per trovare lavoro in Italia, per garantire a sé stessa e alla piccola un futuro migliore. Sul palco immagini poetiche e toccanti, accompagnate da musiche e ritmi africani a tratti coinvolgenti, a tratti commoventi: le due donne si scambiano lettere, aereoplanini di carta che oltrepassano il muro del tempo e dello spazio. La piccola Judith racconta alla madre lontana dell’ultima festa di matrimonio nel loro villaggio, la madre della sua nuova quotidianità, della gioia nel ritrovare una connazionale o nell’imparare la nuova lingua. Tutto avviene con il sapiente intreccio di tre lingue, l’italiano del nuovo paese della madre, il francese ufficiale della repubblica del Congo, e il lingala, dialetto delle due protagoniste, lingua della familiarità e dell’affetto. I toni caldi dei costumi di Judith e Victorine sullo sfondo scuro del palco che riflette le ombre delle protagoniste, e l’immediato uso delle sonorità del lingala, immettono lo spettatore in un Africa calda e festosa. Poi arriva la guerra. Le lettere di Judith, in continua fuga e in preda alla costante paura, si fanno cariche di rabbia per le promesse non mantenute dalla madre. Scoppiano i palloncini sul palco, diventano suoni di guerra. Judith straccia le lettere della madre. Ma la notte non sarà infinita. E’ giunto il momento per Judith di raggiungere la madre, è arrivato il momento di gridare a squarciagola un’interminabile sequela di voglio. Voglio un permesso di soggiorno, voglio ridere a crepapelle, voglio piangere di gioia, voglio diventare un’astronauta, voglio vivere, voglio rinascere… Pochi istanti di incredibile pathos nell’abbraccio finale tra madre e figlia. Poi ecco dirompente la musica congolese prendere il sopravvento su tutto e le due giovani attrici lanciarsi in una sorprendente danza di libertà e di speranza.

  2. lO spettacOlO ha fattO SKIFO NEL VERO DENSO DELLA PAROLA

  3. @Francesca, non credi che dovresti motivare il tuo giudizio? Perchè lo spettacolo fa schifo nel vero senso (immagino tu volessi dire senso) della parola? Cosa ti aspettavi di vedere? E cosa ti ha deluso?

  4. Dopo lo spettacolo, che ha visto un esaltato pubblico di bambini del secondo ciclo delle elementari e delle medie inondare le due attrici di domande e curiosità, ho avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con le due attrici, Victorine e Judith. Victorine, 32 anni, da ventisei in Italia, si è formata presso l’Itc San Lazzaro, dove collabora a molti progetti e a molti lavori, primi fra tutti gli spettacoli messi in scena dalla Compagnia dei Rifugiati. Judith, 19 anni, da nove in Italia, ha iniziato a recitare per gioco, frequentando alcuni laboratori de La Baracca.

    Quella che presentate al vostro pubblico è una storia molto intensa, pur nella semplicità del suo intreccio. Com’è nata questa storia? Quanto c’è di autobiografico?
    Victorine: Quasi tutti, dopo aver assistito al nostro spettacolo, ci chiedono se si tratti o meno di una storia vera. La chiave è giù all’interno dello spettacolo nel momento in cui diciamo “io sono tutte le mamme che partono e non sanno quando rivedranno i loro figli”, “io sono tutte quelle ragazzine che all’improvviso rimangono sole”. La storia vuole essere universale, vuole rappresentare la lontananza e l’attesa che separano madri e figli in tutti i luoghi del mondo e in tutti i contesti. Non importa che madre e figlia siano rumene, albanesi, americane o africane. Comunque, sì, è anche la nostra storia. Io sono arrivata in Italia a sei anni, mia madre era qui già da due, Judith è arrivata a dieci anni e la madre viveva in questo paese da cinque. L’idea di creare questo spettacolo è nata all’improvviso quando abbiamo letto il bando del premio Scenario, sentivo che questi due personaggi che avevo in mente potevano essere efficaci, sentivo che poteva nascere qualcosa di veramente bello.

    Voi avete ideato il testo, ne siete anche registe e interpreti. Come avete vissuto il fatto di aver concentrato in voi i tre momenti della drammaturgia, della regia e della recitazione? Non avete sentito l’esigenza di un aiuto esterno?
    Victorine: La prima parte del lavoro l’abbiamo svolta singolarmente, molto spesso in solitudine. Abbiamo lavorato molto sull’improvvisazione. Insieme poi rielaboravamo quanto fatto. Ogni volta che facevamo un passo avanti nella costruzione dello spettacolo lo mostravamo ai nostri amici, in particolare ai componenti della Compagnia dell’Argine, che ci hanno dato tantissimi consigli e suggerimenti. Ma volevamo che il lavoro fosse principalmente nostro. Grande aiuto ci è arrivato anche da Cristina Valenti, che si occupa in prima linea del Premio Scenario. L’apporto di Scenario, da questo punto di vista, è molto importante perché offre la possibilità alle Compagnie di essere seguite da un tutor.

    L’idea di lavorare su tre piani linguistici, quello del francese, del congolese e dell’italiano è molto originale e molto espressiva. Quale senso conferite a questa scelta? Cosa volete trasmettere al pubblico attraverso questo multilinguismo?
    Victorine: L’uso del lingala, il dialetto congolese, ci è servito già dalle prime scene ad immettere lo spettatore nell’atmosfera del contesto africano su cui si apre lo spettacolo. Abbiamo riservato il francese, lingua ufficiale della Repubblica democratica del Congo, soprattutto ai momenti legati alla scuola. Comunque, al di là dell’importanza delle tre lingue per connotare geograficamente lo spettacolo che è un’altalena tra Africa e Italia, utilizzare le tre lingue è stato anche un modo per lavorare sul suono e sulle potenzialità che una lingua straniera può offrire. In questo senso mi sono molto ispirata al lavoro che svolgo con la Compagnia dei Rifugiati, dove scaraventiamo sul palcoscenico persone che sono appena arrivate in Italia e conoscono non più di tre parole. Le sonorità di lingue sconosciute che si mescolano tra loro possono dar vita a effetti di musicalità sorprendenti.

    Da quanto tempo vi conoscete? Da dove è nata l’idea di creare una compagnia? Cosa significa mosika?
    Da sempre. Siamo cugine. L’idea della compagnia, come ho detto, è nata principalmente leggendo il bando del Premio Scenario. Sentivo di avere una buona idea e ho pensato subito a mia cugina Judith, anche lei attrice e amante del teatro. La parola Mosika racchiude tutto il significato del nostro spettacolo, in lingala significa lontananza.

    Un paese di stelle e sorrisi è il vostro primo lavoro. Avete in cantiere altri progetti?
    Siamo in tournée fino a giugno e impegnate in altri progetti con altre compagnie e altri gruppi. Ma ci ripromettiamo sicuramente di creare di nuovo qualcosa insieme, ma non prima del prossimo settembre.

  5. Questi sono i commenti degli alunni della classe 1F, che ha visto lo spettacolo il giorno 16 febbraio 2010:

    A me l’immagine che ha colpito di più è quella dove madre e figlia ballano quando la madre torna a casa : la felicità di rivedersi. Noemi

    Mi sono piaciuti i balli e la musica che era molto allegra. Quando ballavano davano un’espressione bellissima, soprattutto la figlia che faceva dei movimenti strani ma belli, sembrava una persona “molle”,come se non avesse le ossa. Marijana

    Il momento che mi ha colpito di più dello spettacolo è stato quando la madre ha aveva detto che doveva andare in Europa.E quella parte mi ha fatto ricordare una cosa perchè anche con me era successo così. Lyla

    Il momento per me più bello è stato quando alla fine si abbracciano perchè la madre torna dall’Europa. Tommaso

    Quello che hanno fatto vedere è ciò che oggi succede frequentemente. Alice

    Il messaggio era forte e significativo perchè descrive la situazione degli extra comunitari.Fabio

    Io nello spettacolo ho capito quanto una madre può essere affezionata alla figlia anche quando ci sono molti ostacoli.VITO

    Mi è piaciuto quando la madre e la figlia si lanciavano gli aereoplanini di carta come lettere per sentirsi vicine nonostante la lontananza.Michela

    Nello spettacolo di teatro mi è piaciuto quando volano i palloncini.DUMITRU

    Non mi è tanto piaciuta la rappresentazione perchè il tema era noioso e non si capiva che cosa dicevano. Elena

    La storia mi e’ piaciuta tantissimo.Mi e’ piaciuto molto quando in Africa c’ era la guerra e invece da noi non c’ era niente solo tranquillita’,perche’ fa capire che mentre noi siamo in pace e senza tragedie in altri posti hanno bisogno di affetto e di aiuto. Martina G.

    Nella storia si capisce che la lontananza fra madre e figlia è inevitabile ma si comprende anche che non è stato inutile rimanere sola con la nonna aspettando la madre. spero tanto di tornare presto a teatro. Mi è rimasta una domanda: perchè nella vicenda il padre è assente? Emma

    Per me questo spettacolo ha rappresentato soprattutto la realtà cioè ha raccontato non solo una storia ma la storia di milioni di persone.Marco

    A me non è piaciuta molto la rappresentazione per i seguenti motivi:
    1-non capivo molto quello che dicevano
    2-per me era una storia triste
    3-io preferisco le rappresentazioni di gruppo. Giorgia

    A me è piaciuto quando la mamma arriva dalla figlia con dei palloncini in segno di festa,delle promesse che le aveva fatto. Poi i palloncini scoppiano perchè c’è la guerra , i sogni se ne vanno e quelli che rimangono la mamma e la figlia li mettono in un sacco per conservarli. Laura

    Questo spettacolo mi ha fatto capire che gli africani vivono ben male se credono che l’Europa sia un paradiso. Giuseppe

    Lo spettacolo miè piaciuto molto perchè è allegro,simpatico,musicale e perchè in molte scene si ballava e cantava. Ho anche capito che è meglio andare a scuola che lavorare! Martina L.

    A me è piaciuto quando la mamma dà i palloncini alla figlia,che all’inizio con i palloncini era festa e tutti erano contenti e felici poi anche la figlia era contenta.Poi anche quando la figlia si buttava sopra i palloncini che scoppiavano e che rappresentavano i proiettili e la gente che moriva. Klejdi

  6. In questa società multiculturale l’imparare una lingua significa scoprire le sue radici interculturali. I bambini sembrano non spaventarsi più dello straniero, e questo spettacolo conferma una rete di alleanze intrecciata nella storia della terra. Le due interpreti hanno spiegato al pubblico di aver creato delle immagini simboliche a partire dallo stato di attesa provato quando si spera che una promessa venga mantenuta. L’amore per lo studio della geografia dichiarato da Judith si è espresso nella poesia delle stoffe delle vesti e in quella degli oggetti congolesi che animava, un vaso uguale a quello che il suo popolo porta sopra la testa e un bastone corto di legno. La quotidianità dei comportamenti delle due attrici africane, scavata nella ricerca dei gesti d’uso del loro paese natale, si è trasformata in energia con cui dialogare con i bambini delle nostre città. La tecnica di narrazione delle due protagoniste, madre e figlia, si è avviluppata nella coniugazione di un Verbo flesso da quella loro identità, mista di nostalgia e coraggio. Loro hanno disegnato delle danze pantomimiche agitando nelle mani la carta dove scriversi, facendo risuonare un timbro di voce caldo e asciutto come il loro paese. La necessità di cercare un’opportunità migliore ha spinto la madre a partire per la moderna Europa, a lasciare la figlia nel suo luogo natio, nello spazio di una vita vissuta con la fame tra i soldati, con il vuoto dell’insistenza con cui la pregava di portarla con sè in Europa. Due strade che si separano, tra areoplanini di carta lanciati nell’aria che si mutano in ventagli quali gamma delle possibili alternative, palloncini colorati che da pallottole divengono cuscini sui quali posare la testa piena di preoccupazioni, e scope con cui raccogliere i resti di un lavoro che ripulisce la paura, per tornare a sorridere (come le persone con handicap sedute nell’ ultima fila, che emozionandosi per lo spettacolo dicevano “mammma”).

  7. allora in poche parole è stato bellissimo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    se potrei non smetterei mai di guardarlo e mi complimento con le atricci

  8. Io sono molto fiera dia aver visto questo spettacolo teatrale di “Un paese di stelle e sorrisi” perchè, è stato molto commovente, interessante e curioso . Un esperienza che non dimenticherò mai perchè, purtroppo queste cose sono succese a un milione di persone !!!! E noi siamo fortunati perchè in Italia non ci sono querre terribili !!!

  9. questo spettacolo è stato bellissimo

  10. Questo spettacolo è stato bellissimo

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