<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd"
	xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
	>
<channel>
	<title>Commenti a: UN PAESE DI STELLE E SORRISI</title>
	<atom:link href="http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/</link>
	<description>Casalecchio di Reno (BO)</description>
	<lastBuildDate>Wed, 28 Apr 2010 12:34:31 +0200</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.6</generator>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<item>
		<title>Di: giulia</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17283</link>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 17:31:30 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17283</guid>
		<description>allora in poche parole è stato bellissimo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
se potrei non smetterei mai di guardarlo e mi complimento con le atricci</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>allora in poche parole è stato bellissimo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!<br />
se potrei non smetterei mai di guardarlo e mi complimento con le atricci</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Filomena Spolaor</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17247</link>
		<dc:creator>Filomena Spolaor</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 21:24:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17247</guid>
		<description>In questa società multiculturale l&#039;imparare una lingua significa scoprire le sue radici interculturali. I bambini sembrano non spaventarsi più dello straniero, e questo spettacolo conferma una rete di alleanze intrecciata nella storia della terra. Le due interpreti hanno spiegato al pubblico di aver creato delle immagini simboliche a partire dallo stato di attesa provato quando si spera che una promessa venga mantenuta. L&#039;amore per lo studio della geografia dichiarato da Judith si è espresso nella poesia delle stoffe delle vesti e in quella  degli oggetti congolesi che animava, un vaso uguale a quello che il suo popolo porta sopra la testa e un bastone corto di legno. La quotidianità dei comportamenti delle due attrici africane, scavata nella ricerca dei gesti d&#039;uso del loro paese natale, si è trasformata in energia con cui dialogare con i bambini delle nostre città. La tecnica di narrazione delle due protagoniste, madre e figlia, si è avviluppata nella coniugazione di un Verbo flesso da quella loro identità, mista di nostalgia e coraggio. Loro hanno disegnato delle danze pantomimiche agitando nelle mani la carta dove scriversi, facendo risuonare un timbro di voce caldo e asciutto come il loro paese. La necessità di cercare un&#039;opportunità migliore ha spinto la madre a partire per la moderna Europa, a lasciare la figlia nel suo luogo natio, nello spazio di una vita vissuta con la fame tra i soldati, con il vuoto dell&#039;insistenza con cui la pregava di portarla con sè in Europa. Due strade che si separano, tra areoplanini di carta lanciati nell&#039;aria che si mutano in ventagli quali gamma delle possibili alternative, palloncini colorati che da pallottole divengono cuscini sui quali posare la testa piena di preoccupazioni, e scope con cui raccogliere i resti di un lavoro che ripulisce la paura, per tornare a sorridere (come le persone con handicap sedute nell&#039; ultima fila, che emozionandosi per lo spettacolo dicevano &quot;mammma&quot;).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In questa società multiculturale l&#8217;imparare una lingua significa scoprire le sue radici interculturali. I bambini sembrano non spaventarsi più dello straniero, e questo spettacolo conferma una rete di alleanze intrecciata nella storia della terra. Le due interpreti hanno spiegato al pubblico di aver creato delle immagini simboliche a partire dallo stato di attesa provato quando si spera che una promessa venga mantenuta. L&#8217;amore per lo studio della geografia dichiarato da Judith si è espresso nella poesia delle stoffe delle vesti e in quella  degli oggetti congolesi che animava, un vaso uguale a quello che il suo popolo porta sopra la testa e un bastone corto di legno. La quotidianità dei comportamenti delle due attrici africane, scavata nella ricerca dei gesti d&#8217;uso del loro paese natale, si è trasformata in energia con cui dialogare con i bambini delle nostre città. La tecnica di narrazione delle due protagoniste, madre e figlia, si è avviluppata nella coniugazione di un Verbo flesso da quella loro identità, mista di nostalgia e coraggio. Loro hanno disegnato delle danze pantomimiche agitando nelle mani la carta dove scriversi, facendo risuonare un timbro di voce caldo e asciutto come il loro paese. La necessità di cercare un&#8217;opportunità migliore ha spinto la madre a partire per la moderna Europa, a lasciare la figlia nel suo luogo natio, nello spazio di una vita vissuta con la fame tra i soldati, con il vuoto dell&#8217;insistenza con cui la pregava di portarla con sè in Europa. Due strade che si separano, tra areoplanini di carta lanciati nell&#8217;aria che si mutano in ventagli quali gamma delle possibili alternative, palloncini colorati che da pallottole divengono cuscini sui quali posare la testa piena di preoccupazioni, e scope con cui raccogliere i resti di un lavoro che ripulisce la paura, per tornare a sorridere (come le persone con handicap sedute nell&#8217; ultima fila, che emozionandosi per lo spettacolo dicevano &#8220;mammma&#8221;).</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: classe 1F, scuole medie galilei di casalecchio</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17246</link>
		<dc:creator>classe 1F, scuole medie galilei di casalecchio</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 14:32:01 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17246</guid>
		<description>Questi sono i commenti degli alunni della classe 1F, che ha visto lo spettacolo il giorno 16 febbraio 2010:

A me l&#039;immagine che ha colpito di più è quella dove madre e figlia ballano quando la madre torna a casa : la felicità di rivedersi. Noemi

Mi sono piaciuti i balli e la musica che era molto allegra. Quando ballavano davano un&#039;espressione bellissima, soprattutto la figlia che faceva dei movimenti strani ma belli, sembrava una persona &quot;molle&quot;,come se non avesse le ossa. Marijana

Il momento che mi ha colpito di più dello spettacolo è stato quando la madre ha aveva detto che doveva andare in Europa.E quella parte mi ha fatto ricordare una cosa perchè anche  con me era successo così. Lyla

Il momento per me più bello è stato quando alla fine si abbracciano perchè la madre torna dall&#039;Europa. Tommaso

Quello che hanno fatto vedere è ciò che oggi succede frequentemente. Alice

Il messaggio era forte e significativo perchè descrive la situazione degli extra comunitari.Fabio

Io nello spettacolo ho capito quanto una madre può essere affezionata alla figlia anche quando ci sono molti ostacoli.VITO

Mi è piaciuto quando la madre e la figlia si lanciavano gli aereoplanini di carta come lettere per sentirsi vicine nonostante la lontananza.Michela

Nello spettacolo di teatro mi è piaciuto quando volano i palloncini.DUMITRU

Non mi è tanto piaciuta la rappresentazione perchè il tema era noioso e non si capiva che cosa dicevano. Elena

La storia mi e&#039; piaciuta tantissimo.Mi e&#039; piaciuto molto quando in Africa c&#039; era la guerra e invece da noi  non c&#039; era niente solo tranquillita&#039;,perche&#039; fa capire che mentre noi siamo in pace  e senza  tragedie in altri posti hanno bisogno di affetto e di aiuto. Martina G.

Nella storia si capisce che la lontananza fra madre e figlia è inevitabile ma si comprende anche che non è stato inutile rimanere sola con la nonna aspettando la madre. spero tanto di tornare presto a teatro. Mi è rimasta una domanda: perchè nella vicenda il padre è assente? Emma

Per me  questo spettacolo ha rappresentato soprattutto la realtà cioè ha raccontato non solo una storia ma la storia di milioni di persone.Marco

A me non è piaciuta molto la rappresentazione per i seguenti motivi:
1-non capivo molto quello che dicevano
2-per me era una storia triste
3-io preferisco le rappresentazioni di gruppo. Giorgia

A me è piaciuto quando la mamma arriva dalla figlia con dei palloncini in segno di festa,delle promesse che le aveva fatto. Poi i palloncini scoppiano perchè c&#039;è la guerra , i sogni se ne vanno e quelli che rimangono la mamma e la figlia li mettono in un sacco per conservarli. Laura

Questo spettacolo mi ha fatto capire che gli africani vivono ben male se credono che l&#039;Europa sia un paradiso. Giuseppe

Lo spettacolo miè piaciuto molto perchè è allegro,simpatico,musicale e perchè in molte scene si ballava e cantava. Ho anche capito che è meglio andare a scuola che lavorare! Martina L.

A me è piaciuto quando la mamma dà i palloncini alla figlia,che all&#039;inizio con i palloncini era festa e tutti erano contenti e felici poi anche la figlia era contenta.Poi anche quando la figlia si buttava sopra i palloncini che scoppiavano e che rappresentavano i proiettili e la gente che moriva. Klejdi</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Questi sono i commenti degli alunni della classe 1F, che ha visto lo spettacolo il giorno 16 febbraio 2010:</p>
<p>A me l&#8217;immagine che ha colpito di più è quella dove madre e figlia ballano quando la madre torna a casa : la felicità di rivedersi. Noemi</p>
<p>Mi sono piaciuti i balli e la musica che era molto allegra. Quando ballavano davano un&#8217;espressione bellissima, soprattutto la figlia che faceva dei movimenti strani ma belli, sembrava una persona &#8220;molle&#8221;,come se non avesse le ossa. Marijana</p>
<p>Il momento che mi ha colpito di più dello spettacolo è stato quando la madre ha aveva detto che doveva andare in Europa.E quella parte mi ha fatto ricordare una cosa perchè anche  con me era successo così. Lyla</p>
<p>Il momento per me più bello è stato quando alla fine si abbracciano perchè la madre torna dall&#8217;Europa. Tommaso</p>
<p>Quello che hanno fatto vedere è ciò che oggi succede frequentemente. Alice</p>
<p>Il messaggio era forte e significativo perchè descrive la situazione degli extra comunitari.Fabio</p>
<p>Io nello spettacolo ho capito quanto una madre può essere affezionata alla figlia anche quando ci sono molti ostacoli.VITO</p>
<p>Mi è piaciuto quando la madre e la figlia si lanciavano gli aereoplanini di carta come lettere per sentirsi vicine nonostante la lontananza.Michela</p>
<p>Nello spettacolo di teatro mi è piaciuto quando volano i palloncini.DUMITRU</p>
<p>Non mi è tanto piaciuta la rappresentazione perchè il tema era noioso e non si capiva che cosa dicevano. Elena</p>
<p>La storia mi e&#8217; piaciuta tantissimo.Mi e&#8217; piaciuto molto quando in Africa c&#8217; era la guerra e invece da noi  non c&#8217; era niente solo tranquillita&#8217;,perche&#8217; fa capire che mentre noi siamo in pace  e senza  tragedie in altri posti hanno bisogno di affetto e di aiuto. Martina G.</p>
<p>Nella storia si capisce che la lontananza fra madre e figlia è inevitabile ma si comprende anche che non è stato inutile rimanere sola con la nonna aspettando la madre. spero tanto di tornare presto a teatro. Mi è rimasta una domanda: perchè nella vicenda il padre è assente? Emma</p>
<p>Per me  questo spettacolo ha rappresentato soprattutto la realtà cioè ha raccontato non solo una storia ma la storia di milioni di persone.Marco</p>
<p>A me non è piaciuta molto la rappresentazione per i seguenti motivi:<br />
1-non capivo molto quello che dicevano<br />
2-per me era una storia triste<br />
3-io preferisco le rappresentazioni di gruppo. Giorgia</p>
<p>A me è piaciuto quando la mamma arriva dalla figlia con dei palloncini in segno di festa,delle promesse che le aveva fatto. Poi i palloncini scoppiano perchè c&#8217;è la guerra , i sogni se ne vanno e quelli che rimangono la mamma e la figlia li mettono in un sacco per conservarli. Laura</p>
<p>Questo spettacolo mi ha fatto capire che gli africani vivono ben male se credono che l&#8217;Europa sia un paradiso. Giuseppe</p>
<p>Lo spettacolo miè piaciuto molto perchè è allegro,simpatico,musicale e perchè in molte scene si ballava e cantava. Ho anche capito che è meglio andare a scuola che lavorare! Martina L.</p>
<p>A me è piaciuto quando la mamma dà i palloncini alla figlia,che all&#8217;inizio con i palloncini era festa e tutti erano contenti e felici poi anche la figlia era contenta.Poi anche quando la figlia si buttava sopra i palloncini che scoppiavano e che rappresentavano i proiettili e la gente che moriva. Klejdi</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Maria Claudia</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17244</link>
		<dc:creator>Maria Claudia</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 16:18:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17244</guid>
		<description>Dopo lo spettacolo, che ha visto un esaltato pubblico di bambini del secondo ciclo delle elementari e delle medie inondare le due attrici di domande e curiosità, ho avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con le due attrici, Victorine e Judith. Victorine, 32 anni, da ventisei in Italia, si è formata presso l’Itc San Lazzaro, dove collabora a molti progetti e a molti lavori, primi fra tutti gli spettacoli messi in scena dalla Compagnia dei Rifugiati. Judith, 19 anni, da nove in Italia, ha iniziato a recitare per gioco, frequentando alcuni laboratori de La Baracca.

Quella che presentate al vostro pubblico è una storia molto intensa, pur nella semplicità del suo intreccio. Com’è nata questa storia? Quanto c’è di autobiografico?
Victorine: Quasi tutti, dopo aver assistito al nostro spettacolo, ci chiedono se si tratti o meno di una storia vera.  La chiave è giù all’interno dello spettacolo nel momento in cui diciamo “io sono tutte le mamme che partono e non sanno quando rivedranno i loro figli”, “io sono tutte quelle ragazzine che all’improvviso rimangono sole”.  La storia vuole essere universale, vuole rappresentare la lontananza e l’attesa che separano madri e figli in tutti i luoghi del mondo e in tutti i contesti. Non importa che madre e figlia siano rumene, albanesi, americane o africane. Comunque, sì, è anche la nostra storia. Io sono arrivata in Italia a sei anni, mia madre era qui già da due, Judith è arrivata a dieci anni e la madre viveva in questo paese da cinque.  L’idea di creare questo spettacolo  è nata all’improvviso quando abbiamo letto il bando del premio Scenario, sentivo che questi due personaggi che avevo in mente potevano essere efficaci, sentivo che poteva nascere qualcosa di veramente bello.

Voi avete ideato il testo, ne siete anche registe e interpreti. Come avete vissuto il fatto di aver concentrato in voi i tre momenti della drammaturgia, della regia e della recitazione? Non avete sentito l’esigenza di un aiuto esterno?
Victorine: La prima parte del lavoro l’abbiamo svolta singolarmente, molto spesso in solitudine. Abbiamo lavorato molto sull’improvvisazione. Insieme poi rielaboravamo quanto fatto. Ogni volta che facevamo un passo avanti nella costruzione dello spettacolo lo mostravamo ai nostri amici, in particolare ai componenti della Compagnia dell’Argine, che ci hanno dato tantissimi consigli e suggerimenti. Ma volevamo che il lavoro fosse principalmente nostro. Grande aiuto ci è arrivato anche da Cristina Valenti, che si occupa in prima linea del Premio Scenario. L’apporto di Scenario, da questo punto di vista, è molto importante perché offre la possibilità alle Compagnie di essere seguite da un tutor. 

L’idea di lavorare su tre piani linguistici, quello del francese, del congolese e dell’italiano è molto originale e molto espressiva. Quale senso conferite a questa scelta? Cosa volete trasmettere al pubblico attraverso questo multilinguismo?
Victorine: L’uso del lingala, il dialetto congolese, ci è servito già dalle prime scene ad immettere lo spettatore nell’atmosfera del contesto africano su cui si apre lo spettacolo. Abbiamo riservato il francese, lingua ufficiale della Repubblica democratica del Congo, soprattutto ai momenti legati alla scuola. Comunque, al di là dell’importanza delle tre lingue per connotare geograficamente lo spettacolo che è un’altalena tra Africa e Italia, utilizzare le tre lingue è stato anche un modo per lavorare sul suono e sulle potenzialità che una lingua straniera può offrire. In questo senso mi sono molto ispirata al lavoro che svolgo con la Compagnia dei Rifugiati, dove scaraventiamo sul palcoscenico persone che sono appena arrivate in Italia e conoscono non più di tre parole. Le sonorità di lingue sconosciute che si mescolano tra loro possono dar vita a effetti di musicalità sorprendenti.

Da quanto tempo vi conoscete? Da dove è nata l’idea di creare una compagnia? Cosa significa mosika?
Da sempre. Siamo cugine. L’idea della compagnia, come ho detto, è nata principalmente leggendo il bando del Premio Scenario. Sentivo di avere una buona idea e ho pensato subito a mia cugina Judith, anche lei attrice e amante del teatro. La parola Mosika racchiude tutto il significato del nostro spettacolo, in lingala significa lontananza. 

Un paese di stelle e sorrisi è il vostro primo lavoro. Avete in cantiere altri progetti?
Siamo in tournée fino a giugno e impegnate in altri progetti con altre compagnie e altri gruppi. Ma ci ripromettiamo sicuramente di creare di nuovo qualcosa insieme, ma non prima del prossimo settembre.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo lo spettacolo, che ha visto un esaltato pubblico di bambini del secondo ciclo delle elementari e delle medie inondare le due attrici di domande e curiosità, ho avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con le due attrici, Victorine e Judith. Victorine, 32 anni, da ventisei in Italia, si è formata presso l’Itc San Lazzaro, dove collabora a molti progetti e a molti lavori, primi fra tutti gli spettacoli messi in scena dalla Compagnia dei Rifugiati. Judith, 19 anni, da nove in Italia, ha iniziato a recitare per gioco, frequentando alcuni laboratori de La Baracca.</p>
<p>Quella che presentate al vostro pubblico è una storia molto intensa, pur nella semplicità del suo intreccio. Com’è nata questa storia? Quanto c’è di autobiografico?<br />
Victorine: Quasi tutti, dopo aver assistito al nostro spettacolo, ci chiedono se si tratti o meno di una storia vera.  La chiave è giù all’interno dello spettacolo nel momento in cui diciamo “io sono tutte le mamme che partono e non sanno quando rivedranno i loro figli”, “io sono tutte quelle ragazzine che all’improvviso rimangono sole”.  La storia vuole essere universale, vuole rappresentare la lontananza e l’attesa che separano madri e figli in tutti i luoghi del mondo e in tutti i contesti. Non importa che madre e figlia siano rumene, albanesi, americane o africane. Comunque, sì, è anche la nostra storia. Io sono arrivata in Italia a sei anni, mia madre era qui già da due, Judith è arrivata a dieci anni e la madre viveva in questo paese da cinque.  L’idea di creare questo spettacolo  è nata all’improvviso quando abbiamo letto il bando del premio Scenario, sentivo che questi due personaggi che avevo in mente potevano essere efficaci, sentivo che poteva nascere qualcosa di veramente bello.</p>
<p>Voi avete ideato il testo, ne siete anche registe e interpreti. Come avete vissuto il fatto di aver concentrato in voi i tre momenti della drammaturgia, della regia e della recitazione? Non avete sentito l’esigenza di un aiuto esterno?<br />
Victorine: La prima parte del lavoro l’abbiamo svolta singolarmente, molto spesso in solitudine. Abbiamo lavorato molto sull’improvvisazione. Insieme poi rielaboravamo quanto fatto. Ogni volta che facevamo un passo avanti nella costruzione dello spettacolo lo mostravamo ai nostri amici, in particolare ai componenti della Compagnia dell’Argine, che ci hanno dato tantissimi consigli e suggerimenti. Ma volevamo che il lavoro fosse principalmente nostro. Grande aiuto ci è arrivato anche da Cristina Valenti, che si occupa in prima linea del Premio Scenario. L’apporto di Scenario, da questo punto di vista, è molto importante perché offre la possibilità alle Compagnie di essere seguite da un tutor. </p>
<p>L’idea di lavorare su tre piani linguistici, quello del francese, del congolese e dell’italiano è molto originale e molto espressiva. Quale senso conferite a questa scelta? Cosa volete trasmettere al pubblico attraverso questo multilinguismo?<br />
Victorine: L’uso del lingala, il dialetto congolese, ci è servito già dalle prime scene ad immettere lo spettatore nell’atmosfera del contesto africano su cui si apre lo spettacolo. Abbiamo riservato il francese, lingua ufficiale della Repubblica democratica del Congo, soprattutto ai momenti legati alla scuola. Comunque, al di là dell’importanza delle tre lingue per connotare geograficamente lo spettacolo che è un’altalena tra Africa e Italia, utilizzare le tre lingue è stato anche un modo per lavorare sul suono e sulle potenzialità che una lingua straniera può offrire. In questo senso mi sono molto ispirata al lavoro che svolgo con la Compagnia dei Rifugiati, dove scaraventiamo sul palcoscenico persone che sono appena arrivate in Italia e conoscono non più di tre parole. Le sonorità di lingue sconosciute che si mescolano tra loro possono dar vita a effetti di musicalità sorprendenti.</p>
<p>Da quanto tempo vi conoscete? Da dove è nata l’idea di creare una compagnia? Cosa significa mosika?<br />
Da sempre. Siamo cugine. L’idea della compagnia, come ho detto, è nata principalmente leggendo il bando del Premio Scenario. Sentivo di avere una buona idea e ho pensato subito a mia cugina Judith, anche lei attrice e amante del teatro. La parola Mosika racchiude tutto il significato del nostro spettacolo, in lingala significa lontananza. </p>
<p>Un paese di stelle e sorrisi è il vostro primo lavoro. Avete in cantiere altri progetti?<br />
Siamo in tournée fino a giugno e impegnate in altri progetti con altre compagnie e altri gruppi. Ma ci ripromettiamo sicuramente di creare di nuovo qualcosa insieme, ma non prima del prossimo settembre.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Teatro A.Testoni</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17243</link>
		<dc:creator>Teatro A.Testoni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 16:17:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17243</guid>
		<description>@Francesca, non credi che dovresti motivare il tuo giudizio? Perchè lo spettacolo fa schifo nel vero senso (immagino tu volessi dire senso) della parola? Cosa ti aspettavi di vedere? E cosa ti ha deluso?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Francesca, non credi che dovresti motivare il tuo giudizio? Perchè lo spettacolo fa schifo nel vero senso (immagino tu volessi dire senso) della parola? Cosa ti aspettavi di vedere? E cosa ti ha deluso?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: francesca</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17242</link>
		<dc:creator>francesca</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 15:44:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17242</guid>
		<description>lO spettacOlO ha fattO SKIFO NEL VERO DENSO DELLA PAROLA</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>lO spettacOlO ha fattO SKIFO NEL VERO DENSO DELLA PAROLA</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Maria Claudia</title>
		<link>http://www.teatrocasalecchio.it/home/un-paese-di-stelle-e-sorrisi1/comment-page-1/#comment-17241</link>
		<dc:creator>Maria Claudia</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 12:32:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.teatrocasalecchio.it/home/?p=1599#comment-17241</guid>
		<description>Vincitore del Premio Scenario Infanzia 2009, Un paese di stelle e sorrisi, è la storia di un viaggio, è una storia di distacco e lontananza. Dal paese dove il cielo è pieno di stelle e la gente ci sorride nella calda e lontana Africa all’Europa, lampada magica che se hai fame ti dà da mangiare, se hai sete di dà da bere, ecco il viaggio di una madre (Victorine Mputu Liwoza) che lascia la figlia (Judith Maleko Wambongo)  per trovare lavoro in Italia, per garantire a sé stessa e alla piccola un futuro migliore. Sul palco immagini poetiche e toccanti, accompagnate da musiche e ritmi africani a tratti coinvolgenti, a tratti commoventi: le due donne si scambiano lettere, aereoplanini di carta che  oltrepassano il muro del tempo e dello spazio. La piccola Judith racconta alla madre lontana dell’ultima festa di matrimonio nel loro villaggio, la madre della sua nuova quotidianità, della gioia nel ritrovare una connazionale o nell’imparare la nuova lingua. Tutto avviene con il sapiente intreccio di tre lingue, l’italiano del nuovo paese della madre, il francese ufficiale della repubblica del Congo, e il lingala, dialetto  delle due protagoniste, lingua della familiarità e dell’affetto. I toni caldi dei costumi di Judith e Victorine sullo sfondo scuro del palco che riflette le ombre delle protagoniste, e l’immediato uso delle sonorità del lingala, immettono lo spettatore in un Africa calda e festosa. Poi arriva la guerra. Le lettere di Judith, in continua fuga e in preda alla costante paura, si fanno cariche di rabbia per le promesse non mantenute dalla madre. Scoppiano i palloncini sul palco, diventano suoni di guerra. Judith straccia le lettere della madre.  Ma la notte non sarà infinita. E’ giunto il momento per Judith di raggiungere la madre, è arrivato il momento di gridare a squarciagola un’interminabile sequela di voglio. Voglio un permesso di soggiorno, voglio ridere a crepapelle, voglio piangere di gioia, voglio diventare un’astronauta, voglio vivere, voglio rinascere… Pochi istanti di incredibile pathos nell’abbraccio finale tra madre e figlia. Poi ecco dirompente la musica congolese prendere il sopravvento su tutto  e le due giovani attrici lanciarsi in una sorprendente danza di libertà e di speranza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vincitore del Premio Scenario Infanzia 2009, Un paese di stelle e sorrisi, è la storia di un viaggio, è una storia di distacco e lontananza. Dal paese dove il cielo è pieno di stelle e la gente ci sorride nella calda e lontana Africa all’Europa, lampada magica che se hai fame ti dà da mangiare, se hai sete di dà da bere, ecco il viaggio di una madre (Victorine Mputu Liwoza) che lascia la figlia (Judith Maleko Wambongo)  per trovare lavoro in Italia, per garantire a sé stessa e alla piccola un futuro migliore. Sul palco immagini poetiche e toccanti, accompagnate da musiche e ritmi africani a tratti coinvolgenti, a tratti commoventi: le due donne si scambiano lettere, aereoplanini di carta che  oltrepassano il muro del tempo e dello spazio. La piccola Judith racconta alla madre lontana dell’ultima festa di matrimonio nel loro villaggio, la madre della sua nuova quotidianità, della gioia nel ritrovare una connazionale o nell’imparare la nuova lingua. Tutto avviene con il sapiente intreccio di tre lingue, l’italiano del nuovo paese della madre, il francese ufficiale della repubblica del Congo, e il lingala, dialetto  delle due protagoniste, lingua della familiarità e dell’affetto. I toni caldi dei costumi di Judith e Victorine sullo sfondo scuro del palco che riflette le ombre delle protagoniste, e l’immediato uso delle sonorità del lingala, immettono lo spettatore in un Africa calda e festosa. Poi arriva la guerra. Le lettere di Judith, in continua fuga e in preda alla costante paura, si fanno cariche di rabbia per le promesse non mantenute dalla madre. Scoppiano i palloncini sul palco, diventano suoni di guerra. Judith straccia le lettere della madre.  Ma la notte non sarà infinita. E’ giunto il momento per Judith di raggiungere la madre, è arrivato il momento di gridare a squarciagola un’interminabile sequela di voglio. Voglio un permesso di soggiorno, voglio ridere a crepapelle, voglio piangere di gioia, voglio diventare un’astronauta, voglio vivere, voglio rinascere… Pochi istanti di incredibile pathos nell’abbraccio finale tra madre e figlia. Poi ecco dirompente la musica congolese prendere il sopravvento su tutto  e le due giovani attrici lanciarsi in una sorprendente danza di libertà e di speranza.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
